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La ricetta per uscire dal declino

Ripartiamo dall’economia

È ora di pensare agli “Stati generali dell’economia”

di Enrico Cisnetto - 16 marzo 2009

Sulla crisi ha ragione Gianfranco Fini: è ora di pensare agli “Stati generali dell’economia”. E non è solo per gli ultimi dati arrivati nei giorni scorsi. Certo, c’è il calo drastico del pil nel 2008, ma non è certo un fatto emergenziale, si sa che il declino italiano viene da lontano. Semmai, perché questo dato ha una forte valenza simbolica.

Il prodotto interno lordo ha registrato, infatti, una performance analoga di quella del 1975: anno non certo fausto, guado degli “anni di piombo”, dell’austerity, degli choc petroliferi. Sono gli anni che ricordiamo per la triste stagione delle domeniche a piedi, a cui corrispondeva una nazione priva di fonti energetiche alternative, e che priva ne rimarrà sempre, fino ad arrivare allo scellerato referendum del 1987 che metteva fine al nucleare. Anche sul fronte dei conti pubblici, la situazione era allarmante: allora i problemi riguardavano soprattutto i tassi di interesse, saliti fino al 20%, l’inflazione sudamericana (con punte del 25% tra il 1974 e il 1975), la lira in caduta libera (tanto da dover chiudere più volte il mercato dei cambi a causa delle tempeste valutarie, e con la decisione, nel 1973, di uscire dal “serpente monetario”, lo Sme).

E’ anche in quegli anni che prende il via la pratica micidiale delle svalutazioni competitive, sorta di doping che ha permesso al sistema industriale italiano di sopravvivere fino ad oggi senza mettere in atto una seria riconversione (solo nel 1973 la lira viene svalutata del 15%). E sono anche gli anni del boom del debito pubblico. Nell’agosto di quell’anno il Corriere della Sera fa un titolo a nove colonne: “Il deficit del bilancio è salito a 8.800 miliardi”.

Un dato che oggi non ci dice molto: più interessante notare che dal 1971 al 1975 il rapporto deficit-pil salirà dal 41,2% al 60,3%, innescando una spirale di lungo periodo destinata ad arrivare intatta ai giorni nostri. Ed è anche il periodo centrale della crescita abnorme della spesa pubblica, che dal 1960 al 1983 raddoppia, passando dal 31,2% al 62,5%. Il 1978, poi, con la tragica morte di Moro, è anche l’anno in cui il Censis registra per la prima volta i molteplici scricchiolii del modello industriale nato dal boom: la piccola – spesso mini o micro – impresa, i “milioni di spezzoni di lavoro non istituzionalizzati” (vedi il nero e il sommerso che cominciano a farla da padrone), a cui corrispondono gli “spezzoni di redditi” non ufficiali.

E’ la famosa “fase del cespuglio”, per usare la stessa metafora di De Rita, che non rinuncia a denunciare i limiti di un capitalismo caratterizzato dal “familismo, più o meno amorale”, una “dislocazione selvaggia, particolaristica, furbastra e conflittuale dei poteri e delle decisioni, in una sorta di filosofia collettiva dell’ognuno per sé, e dio per tutti”. Un capitalismo, secondo il Censis, di cui “qualcosa sopravviverà, qualcosa andrà potato o abbattuto, qualcosa sopravanzerà o si consoliderà”.

Trent’anni dopo, nel tessuto imprenditoriale italiano, molto è sopravanzato, molto è stato abbattuto, quasi niente si è consolidato. All’alba del 2010, l’Italia è un Paese rimasto praticamente sfornito di grandi imprese (o, se vogliamo, di “campioni nazionali”), con un capitalismo-bonsai in cui il 94,9% delle aziende ha meno di dieci dipendenti (ma la media è di 3,8) e le “grandi” (quelle oltre i 250 dipendenti) rappresentano solo lo 0,07% del totale.

Se i problemi valutari e la pratica dopante delle svalutazioni competitive sono stati neutralizzati dallo scudo della moneta unica, l’euro non è riuscito a renderci virtuosi in materia di conti pubblici: il rapporto deficit-pil, dalla firma del Trattato di Maastricht (1992), è rimasto, infatti, sostanzialmente invariato (scendendo di un misero 0,25% all’anno, dal 108% al 104%) nonostante la stagione delle privatizzazioni; la spesa delle pubbliche amministrazioni continua a salire, così come la pressione fiscale. Nel frattempo il gap energetico, che già rappresentava fenomeno emergenziale all’epoca degli shock petroliferi, non è stato colmato, e anzi l’Italia ha perso per strada il know how nucleare fino ad esporci oggi alle conseguenze sia macroeconomiche (con un’inflazione “importata” dal gas e dal petrolio) che geopolitiche (visibili nelle ormai consuete “crisi del gas” tra Russia ed Ucraina che si susseguono ad ogni inverno) del caso.

Il declino, oggi, è davanti agli occhi di tutti: come segnala l’Ocse, nel quinquennio 2001-2006 la penisola è stata ultima per la crescita della produttività del lavoro e soprattutto per quanto riguarda la produttività “multifattoriale”, che comprende l"innovazione tecnologica e organizzativa e misura il grado di competitività di un sistema-Paese. E se l’Italia rimane, sulla carta, la sesta potenza economica mondiale, sempre secondo l’Ocse siamo ormai scivolati al ventesimo posto se si considera il pil pro-capite, e siamo ultimi per crescita del pil negli ultimi anni tra i paesi più industrializzati.

Intanto la crisi, dopo aver aderito il “grasso” del sistema-Paese (oltre al “nero” e al sommerso, i patrimoni familiari che rimangono ancora superiori alla media dell’occidente), sta intaccando il “muscolo”: la cassa integrazione è ai massimi dal 1993, segnala la Confindustria. Anche qui, dato devastante ma utile. Perché dal combinato disposto di questi due fatti (pil che flette come nel 1975, cassa integrazione a livelli 1993) emerge un duplice assunto. Primo: la grande crisi “sistemica” degli anni Settanta fu quella che diede vita al tentativo – poi fallito, ma comunque nobile – del compromesso storico. Secondo: siamo in un Paese che dopo il “quasi ventennio” berlusconiano ascrivibile alla Seconda Repubblica, regredisce al punto di partenza (il 1993).

Sarà solo una coincidenza. Ma il momento è utile per riflettere: se una “grosse koalition” sul modello tedesco è forse ancora tutta da costruire – e non perché non ce ne sia bisogno, ma perché manca quello spirito costituente che faceva dire ad Aldo Moro “noi non siamo più in grado di gestire un Paese in queste condizioni.

Non da soli” – forse, sul tema della gestione della crisi, andrebbe messo da parte il confronto puramente propagandistico e la retorica maggioranza/opposizione, per tentare di mettere in atto quelle misure che finora o non hanno funzionato oppure semplicemente non sono state fatte. Ben venga, dunque, la proposta del presidente della Camera: se per riformare la politica è ancora presto, per adesso si può tentare di ripartire dall’economia.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario