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Limiti e opportunità della politica energetica

Rinnovabili: contro il buio energetico

Dal nucleare all’energia eolica, l’Italia deve affrontare subito il caro bolletta

di Paolo Bozzacchi - 12 luglio 2005

La lampadina si sta fulminando. Che fare? L’energia in Italia rappresenta un fardello troppo pesante per l’economia. Non si può non cambiare.
Oltre ad essere gestita da un mercato a dir bene oligopolistico, infatti, questa rappresenta ben il 25% sul totale dei fattori della competitività, mentre la domanda non smette di crescere (nuovo record con 27,4 kWh consumati a giugno), così come i prezzi e la dipendenza da altri paesi. Intanto il petrolio viaggia indisturbato sopra i 60$ al barile. Una vera batosta.
E’ soprattutto grazie ai costi energetici, infatti, che la bilancia commerciale del nostro paese dopo 12 anni è passata nel 2004 in territorio negativo per oltre un miliardo e mezzo di euro (-1531milioni).
Ma di fronte ad un’emergenza-energia che appare la più accesa delle spie del declino economico italiano, nessuno tra governo, imprese e cittadini sembra nemmeno accorgersene.
Il terreno più fertile su cui muoversi sarebbe quello della diversificazione delle fonti. Solamente il 15% dei consumi italiani – in effetti – è legato a fonti energetiche rinnovabili.
Eppure le possibilità di business nel settore non mancano. Né tanto meno le condizioni ambientali favorevoli per la creazione di impianti solari o eolici. Secondo un recente studio Ernst&Young, infatti, l’Italia è il quinto paese al mondo per ambiente più adatto alle rinnovabili. Segue a poca distanza colossi del settore come Stati Uniti e Germania.
Ebbene, in Italia le istallazioni di impianti solari risultano rispetto alla Germania ben 15 volte inferiori nel settore del fotovoltaico, così come 10 volte inferiori nel settore solare termico. Se si considera la produzione di energia eolica, l’Italia ha da poco superato i mille MW annui, mentre la stessa Germania è attestata oltre quota 14mila e la Spagna supera i 6mila.
Siamo quindi all’età della pietra.
Anche se i costi di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili sono ancora superiori a quelli degli impianti da fonti convenzionali, la convenienza rimane alta di fronte a una domanda che cresce in modo costante e di una dipendenza dall’estero (soprattutto dalla Francia), che potrebbe essere potenzialmente annullata.
In quest’ottica il governo dovrebbe guardare più in là del proprio naso e varare incentivi mirati alle rinnovabili, che rendano più conveniente alle imprese investire nel settore. Non senza aver riavviato – quanto prima – la produzione di energia anche attraverso centrali nucleari di terza generazione, certificate come sicure e rispettose dell’ambiente.
Per ora le giustificazioni del ministro Matteoli al gap esistente con i competitor europei suscitano molta perplessità, in particolare quelle che fanno riferimento alla diversità italiana, alle “troppe” bellezze naturali da salvaguardare che impediscono lo sviluppo di sistemi fotovoltaici ed eolici. Nucleare e incentivi per ricerca e innovazione sarebbero senz’altro più graditi. Anche perché la minaccia di Enel di investire all’estero gli 1,7 miliardi pronti per le rinnovabili in Italia non sembra così lontana dall’essere attuata.
Le promesse di maggiore impegno del governo fanno il paio con la scarsa elasticità delle Regioni nel concedere il proprio territorio per gli impianti. Il Presidente della Puglia, Niki Vendola, ha perfino chiesto una moratoria sul tema, paventando una redistribuzione del sistema eolico.
Molto più reattiva della politica la ricerca scientifica, già pronta per il grande salto. Il progetto Archimede del Professor Rubbia a Priolo, per esempio, con lo sfruttamento del solare termodinamico ad alta temperatura, ha aperto di fatto la strada verso una terza via delle rinnovabili, innovativa e meno costosa rispetto alla tradizionale fonte solare e a quella eolica.
Infine il ruolo di noi cittadini. Si parla tanto di risparmio energetico, ma quanti di noi spengono la luce del bagno (a scuola, in ufficio eccetera), prima di uscire? Non possiamo solo lamentarci delle bollette salate o nasconderci dietro la mancanza di informazione. Si tratta di inserire piccoli gesti responsabili nella buona educazione. Per migliorare la qualità della vita. Perché la lampadina non si fulmini definitivamente.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario