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Meglio all'opposizione

Ringraziamo Lega e Sel

Lega e Sel vanno ringraziati, perché con il loro convergere nel divergere dagli alleati ci dicono, meglio dei saggi, in cosa il nostro sistema è vecchio e va cambiato.

di Davide Giacalone - 29 aprile 2013

La Lega e Sel stanno facendo un gran piacere all’Italia, perché avviandosi all’opposizione del governo Letta chiariscono la natura di una difformità italiana: forze che sono state governative e desiderano tornare a esserlo, non solo s’oppongo a un governo avverso, com’è del tutto naturale, ma anche a quello di cui faranno parte i loro alleati, di ieri e di domani. Forze estreme, con vocazione all’avversità, esistono ovunque (né mancano da noi, come s’avverte nel frinire in streaming), ma un fenomeno come questo è sconosciuto in Germania, Francia o Regno Unito. Rimarcandolo, Lega e Sel indicano, implicitamente, di quali riforme ha bisogno il nostro modello istituzionale e il nostro sistema politico.

Intendiamoci, nella loro scelta pesa anche qualche elemento d’immediata cucina parlamentare: ci sono commissioni che spettano all’opposizione, sicché collocandosi in quel modo si candidano a presiederle. E’ vero, ma non è tutto. Opponendosi incarnano esigenze reali dei loro elettorati, strizzando l’occhio anche agli elettori dei rispettivi alleati, il Pdl e il Pd. Fra i quali pure ve ne sono non pochi che deglutiranno a fatica la rinuncia a definirsi per negazione: voto a sinistra perché contro questa destra; voto a destra perché contro questa sinistra. Il fatto è che nelle democrazie mature, dove si privilegia la governabilità sulla rappresentatività, questi sentimenti vengono spinti a optare nel momento del voto.

L’elettore, se si trova in una democrazia sana, non sceglie fra il bene e il male, ma fra il meglio e il peggio (a suo modo di vedere). Non vota per mera identità, ma anche per convenienza e preferenza. Tanto che nei paesi citati c’è una maggioranza e c’è un’opposizione, che spera di diventare maggioranza. Difficile che ci sia una maggioranza e tre opposizioni, diverse e opposte fra loro. La differenza non va cercata nell’antropologia culturale, ma nei sistemi elettorali: nell’uninominale inglese passa chi prende più voti; in quello francese, a doppio turno, al ballottaggio gli elettori scelgono anche fra quanti non votarono, stabilendo chi è il peggiore e facendo eleggere l’altro (come da noi per i sindaci); i tedeschi hanno il proporzionale, ma una soglia di sbarramento non derogabile, come in Italia, sicché abbandonarsi alle nicchie significa rendere inutile il proprio voto.

Poi c’è il risvolto istituzionale: in quei sistemi il governante o è direttamente scelto dagli elettori, oppure è il capo del partito che ha preso più voti, e una volta insediato ha poteri reali, con i quali far valere le cose che promise, o tradirle. Saranno gli elettori, la volta successiva, a promuoverlo o cacciarlo. Da noi, invece, la vittoria è quasi sempre effimera: arrivi a palazzo Chigi ma non hai il potere di fare nulla, se non concertando con tutti gli altri. E si ricomincia da capo.

La nostra Costituzione fu saggia, perché il proporzionale e la centralità parlamentare ben si addicevano alla stabilizzazione di un Paese appena uscito dalla guerra civile. Ma è vecchia. Quel che fu utile allora è dannoso oggi. Quando Tony Blair sostenne che il compito dei labouristi non era quello di cancellare le riforme del governo conservatore, ma usarle per costruire un futuro diverso, dovette affrontare la battaglia interna. La vinse e poi vinse il governo. Quando Helmut Khol sostenne che non si doveva smontare la politica estera del governo socialdemocratico, ma usarla per costruire un’Europa più unita, affrontò la battaglia interna, specie con i bavaresi. La vinse e governò il crollo del muro e la nascita dell’euro.

Lega e Sel vanno ringraziati, perché con il loro convergere nel divergere dagli alleati ci dicono, meglio dei saggi, in cosa il nostro sistema è vecchio e va cambiato. Un solo rammarico: se il Pd e il Pdl avessero avuto la capacità di razionalizzare l’inevitabilità della doppia rottura, non anteponendo la ricerca dell’impossibile e inutile unità del proprio fronte, anche la vicenda del Colle sarebbe andata diversamente.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario