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Perché ha ragione Giuliano Ferrara

di Enrico Cisnetto - 11 maggio 2012

L’Elefante ha ragione quando dice (Foglio di ieri) che è inutile farsi illusioni: nelle condizioni date non c’è all’orizzonte alcuna possibilità che l’Europa scelga una linea significativamente diversa da quella “tedesca” fin qui adottata. Anche perché, aggiungo io, chi la contesta nella stragrande maggioranza dei casi suggerisce due cose improponibili – in un caso stampare moneta e deficit spending (sinistra e destra sociale), nell’altro Stato minimo (liberisti) – oppure cose ragionevoli ma non praticabili come gli eurobond, mentre l’unica ricetta veramente alternativa, e cioè la creazione di un governo federale che consenta di unificare i debiti pubblici nazionali, è sulla bocca di pochissimi (bene, però, il documento per gli Stati Uniti d’Europa sottoscritto da Amato, Attali, Bonino e Prodi). Dunque, tanto vale continuare ad appoggiare Monti, magari anche più convintamente di prima, conclude Ferrara. Giusto. Lo spread è tornato sopra quota 400 punti, il clima nel Paese è infame ad ogni livello, mentre il contesto europeo, oltre alle incognite derivanti dalla relazione Hollande-Merkel che si preannuncia complicata, è condizionato dalla crescente drammaticità della vicenda greca (Atene ormai è con entrambi i piedi fuori dall’euro, tanto che ora il tema è se possa rimanere almeno nella Ue) e dal complicarsi della situazione spagnola. Già solo questo dovrebbe indurre i partiti a considerare non diverso da quello di novembre il tasso di rischio che l’Italia corre, e di conseguenza comportarsi. Se poi si aggiunge che il risultato delle amministrative dovrebbe rendere i partiti stessi più inclini alla prudenza, si capisce come non solo non sia neppure il caso di accennare a possibili elezioni anticipate, ma sia più che opportuno aiutare il governo a usare i mesi che ci separano dalla fine della legislatura in modo proficuo. Come? Ci sono tre cose da fare. La prima è quella di ridefinire la squadra di governo e il suo modulo di gioco, superando lo schema basato sull’asse della mediazione (ora incrinato) tra Monti e il trio Alfano-Bersani-Casini. Per farlo, l’unico sistema è un rimpasto di governo in cui trovino spazio se non “A-B-C”, almeno alcune figure di caratura politica tale da rendere più organico e fluido il rapporto tra partiti, parlamento ed esecutivo. A suo tempo si parlò di Gianni Letta e Giuliano Amato come possibili ministri tecnico-politici: ecco, sarà il caso di riprendere e ampliare quell’idea.

La seconda cosa da fare è aggiornare e definire temporalmente il programma di governo, nella direzione di almeno quattro interventi: uso del patrimonio pubblico (da quotare in Borsa con il concorso obbligatorio del patrimonio privato) al fine di ridurre il debito sotto il 100% del pil, di finanziare un grande piano di investimenti pubblici e di tagliare le tasse su imprese e lavoro; risanamento della sanità pubblica, togliendone la competenza alle regioni e riaccentrandola nelle mani dello Stato; snellimento dell’inefficiente e iper-costoso apparato istituzionale e burocratico, e in particolare quello del decentramento (sette regioni con compiti solo amministrativi e non politici, no province, no comuni sotto i 5 mila abitanti, no enti inutili come comunità montane o enti di bacino); riforma della giustizia civile e penale. Troppo ambizioso? Sì, ma qui entra in gioco la terza e ultima cosa che bisogna fare subito: definire il ruolo della prossima legislatura, che per essere utile deve rappresentare il primo atto della Terza Repubblica. Obiettivo che non può essere lasciato alla mercé dell’indeterminatezza che regna nella politica italiana, resa ancor più acuta dal travaglio europeo. Personalmente, non è un mistero, vedo il protrarsi della necessità di riforme strutturali che possono essere fatte solo in un clima di coesione politica, e dunque attraverso un organico governo di unità nazionale. Allora si prepari il terreno, e per meglio dissodarlo si predisponga un ambizioso programma che riguardi sia il fine legislatura che i cinque anni successivi. Senza tutto questo, sarà un’Italia allo sbando quella che affronterà una stagione che, secondo Nouriel Roubini, sarà contrassegnata da una “tempesta perfetta” per i mercati globali, preceduta dall’uscita di alcuni paesi (Grecia e Portogallo, ma anche Spagna?) dall’area euro. Altro che aggrapparsi alla (infondata) convinzione che il peggio sia passato.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario