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La bocciatura della riforma elettorale

Rigetto nell'urna

Il sistema elettorale va comunque cambiato, soprattutto ora che le coalizioni sono esplose

di Davide Giacalone - 13 gennaio 2012

La bocciatura dei referendum sul sistema elettorale, decisa ieri dalla Corte costituzionale, non stupisce. Anche perché l’avevamo qui prevista. Non siamo degli ipocriti, semmai discolacci, quindi diciamo le cose come le vediamo: i quesiti erano mal concepiti e farli passare sarebbe stato ardito, ma a determinare la decisione ha concorso anche il fatto che fissare i referendum per la prossima primavera avrebbe avuto un effetto politico destabilizzante. La decisione di diritto è coerente con l’interesse politico autorevolmente sostenuto. Ma diciamo anche che la seconda cosa non dovrebbe entrare fra le considerazioni della Consulta.

Attenderemo le motivazioni. Se il rigetto sarà accompagnato da una sollecitazione a riformare comunque il sistema elettorale, magari anche indicando in che direzione, quindi il come, avremo la conferma che a pesare di più è stata la politica, a dispetto del diritto. Pertanto spero che nelle motivazioni si trovino solo le ragioni della bocciatura. Punto. La Corte che dà indicazioni al legislatore è una duplice offesa: a sé e al Parlamento. Quando si cominciò a raccogliere le firme anticipammo questa possibile conclusione. Perché, a dispetto dei costituzionalisti che sostenevano il contrario (dimostrando non eccelsa stoffa), ci sembrava chiaro che abrogare un’abrogazione era un esercizio circense. Inadatto alle urne. In quei giorni, dell’estate scorsa, al nastro di partenza c’erano due gruppi di referendum: quelli ieri bocciati e uno teso ad abrogare il solo premio di maggioranza (il cui comitato promotore era guidato da Stefano Passigli). In questo secondo caso sarebbe stata stupefacente la bocciatura, perché pareva essere perfettamente coerente con la Costituzione. Non dico condivisibile, che è altra faccenda, ma ammissibile. Ma fu stroncato sul nascere, perché prima la sinistra (allora opposizione) disse che sarebbe rimasta neutrale, poi raccolse le firme a favore degli odierni cancellati, infine indusse Passigli a ritirarsi.

Bel capolavoro: i cittadini hanno firmato numerosi, ma inutili. Tutto questo non toglie che il sistema elettorale attuale deve essere cambiato, essendo nociva una caratteristica che lo assimila a quello precedente (ed è per questo che il referendum era bislacco): premia chi si allea di più, anche se i vincitori, poi, sono strutturalmente impossibilitati a governare. E’ successo cinque volte su cinque, con vittorie degli uni e degli altri. Dovrebbe bastare. Ora, però, le cose sono ancora peggio messe, perché essendo esplose entrambe le coalizioni, essendosi spaccate sul tema della fiducia al governo Monti, ed essendo cresciute le distanze e le rimostranze, domani ci si troverebbe di fronte a coalizioni ancor più disomogenee del passato. Meglio evitare.

In questo c’è un interesse comune dei due grossi partiti, fin qui consegnatisi prigionieri, per propria ignavia e per scarsezza d’idee, delle minoranze loro alleate. Per cinque volte gli italiani hanno votato la moderazione, diversamente colorita, e per cinque volte si sono ritrovati gli estremisti al governo. La prossima sarebbe la più velenosa. Ecco perché il sistema va cambiato. Ed era questo il migliore argomento dei referendari: senza la minaccia del giudizio popolare i partiti non si muovono. La minaccia è caduta, ma la necessità di agire rimane. I due partiti sono grossi, ma non sono grandi. Se lo fossero non avrebbero dubbi sulla necessità di utilizzare il tempo del governo Monti, che appoggiano senza amare, e che ogni giorno s’accorcia, per avviare e chiudere un accordo di riforma. Taluni dicono: lo stanno già facendo. Se è così, sbagliano. Perché queste cose non si fanno di nascosto, vergognandosi, ma alla luce del sole.

Dovrebbero procedere organizzando un incontro dei due segretari, Alfano e Bersani, annunciando l’intenzione, mettendo al lavoro i rispettivi esperti e raccogliendone il risultato in due settimane. Il resto sarebbe tempo perso. Mettano nel conto la reazione negativa degli alleati e quella del terzo polo, composto da diversi terzi poli. Se la prospettiva li spaventa mettano nel conto la propria scomparsa, che avverrà non appena Silvio Berlusconi chiuderà la sua partita. Fine ingloriosa, ma meritata.

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