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Tre errori gravi

RIformicchia

La riforma del mercato del lavoro rischia di tramutarsi in boomerang

di Enrico Cisnetto - 08 aprile 2012

Tre errori – uno tecnico, uno politico, uno strategico – stanno rendendo un boomerang la riforma del mercato del lavoro. Ma è anche bene dire che “cosa fatta, capo ha”, e voltare subito pagina senza indulgere in troppe polemiche. Il primo errore, tecnico, è stato quello di sganciare l’intervento sulle regole del lavoro da quello, altrettanto ineludibile, sul (cattivo) funzionamento della giustizia. Senza quest’ultima riforma, era chiaro che solo una cancellazione tout court dell’articolo 18 – cosa impossibile – avrebbe potuto compensare le imprese dei sacrifici chiamate a fare sul fronte delle flessibilità in entrata. Il secondo errore, politico, è da far risalire al bisogno di Monti, comprensibile ma un po’ eccessivo, di dare messaggi “decisionisti” ai mercati finanziari e ai partner internazionali. In questo caso si trattava di infrangere un tabù tra i più radicati (basti pensare a quante vittime ha prodotto), e tanto meglio se ciò accadeva con il no della Cgil. Invece la necessità di mediare con il Pd – con cui c’era però spazio per tener duro e lasciare a Bersani la responsabilità della risposta – e l’inedita situazione interna a Confindustria dopo il testa a testa tra Squinzi e Bombassei, hanno rovesciato il quadro, e ritrovarsi gli imprenditori che bocciano la riforma significa aver mancato l’obiettivo politico-mediatico che il governo si era prefisso. Come dimostrano le reazioni di quegli “oracoli” di lingua inglese (Financial Times e Wall Street Journal) cui adesso è inutile rispedire le critiche dicendo che nessuno voleva imitare la Thatcher.

Il terzo errore, strategico, è quello di aver pensato che mettere mano al mercato del lavoro avrebbe significato creare sviluppo e occupazione. Non sarebbe stato così anche se la riforma si fosse rivelata “dura”, tanto meno lo è ora che gli imprenditori (tutti, si badi bene) sono convinti che andranno incontro a maggiori oneri. Se, come è stato ribadito ancora ieri da Monti, lo scopo era recuperare quel milione di posti di lavoro perso dal 2008 ad oggi tra gli occupati nella fascia d’età tra i 15 e i 34 anni (sono diminuiti del 14,8%), allora speriamo che i giovani disoccupati non aumentino, visto che le restrizioni sugli strumenti contrattuali flessibili, considerata anche la congiuntura recessiva, finiranno inevitabilmente per bloccare ancor di più le assunzioni. È lo stesso sbaglio commesso con le liberalizzazioni: in entrambi i casi si tratta di interventi importanti, ma soltanto propedeutici alla crescita (pre-condizioni) e per di più dagli effetti visibili solo nel lungo termine. Il vero nodo sono gli investimenti, la loro quantità (ci vogliono 200-300 miliardi) e qualità (devono essere indirizzati verso un manifatturiero di alta tecnologia, verso la modernizzazione delle infrastrutture e verso la valorizzazione turistica del Paese), senza i quali non ci sono riforme che tengano. Per questo, non vale la pena di alzare più di tanto il livello della critica e della polemica. Meglio concentrarsi sulle cose che rimangono da fare. La Confindustria, per esempio, avanzi una proposta per la “quarta fase” del governo Monti, nel segno dello schema “patrimonio pubblico e privato per tagliare il debito, ridurre le tasse e lanciare un grande piano di investimenti”. In fondo le prime tre fasi – riduzione del deficit, liberalizzazioni, mercato del lavoro – ci hanno salvato dal default. E non è poco.

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