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La normalità economica passa dalla Costituente

Riforme politiche contro il declino

La teologia europea sull’inflazione giustificata dalla storia e dalla realtà italiana

di Antonio Gesualdi - 06 novembre 2006

Ci vuole, indubbiamente, un grande coraggio per fare le riforme oggi, e non solo nel nostro Paese. E ci vuole anche un gran coraggio – da liberali – a parlare di protezionismo, dei problemi posti dall"euro o dalla Banca centrale europea. Vale la pena, però, ricordare che la patria dei liberali, la Gran Bretagna, avendo scelto il libero mercato non ha scelto, di conseguenza, l"euro e il sadomonetarismo che ne è derivato. Per non parlare dell"inflazione.
Quando i bolognesi inventarono il "bolognino", i genovesi il "genovino" e i fiorentini adottarono il "fiorino" non esisteva, appunto, la Banca Centrale Europea. Le monete andavano come andavano e si adattavano alle popolazioni. Non il contrario.
Il primo grande episodio inflattivo della storia moderna che ci viene insegnato nelle aule universitarie risale agli effetti della scoperta di Cristoforo Colombo. Detto niente: si scopre l"America e parte l"inflazione. Nel nostro Paese avviene un Rinascimento. E poi ancora tra il 1775 e il 1783, si racconta la Rivoluzione Costituzionale degli Stati Uniti e il "dollaro continentale" produce una spirale inflazionistica. Poi arriva la Rivoluzione francese. Hai detto poco: inizia il mondo contemporaneo, e prima che arrivi Napoleone si infiamma ancora l"inflazione. Poi l"inflazione la ritroviamo ancora in America alla fine della guerra di secessione. Finisce la Prima Guerra Mondiale e l"epicentro della contesa, Germania e Austria, vivono l"iperinflazione della Repubblica di Weimar. Finisce il comunismo nell"Unione Sovietica e i russi, dopo il 1991, tornano periodicamente al baratto per combattere la svalutazione del denaro. A grandi linee.
E se fosse che l"inflazione, mostro dell"economia contemporanea, fosse proprio una causa-effetto del progresso delle popolazioni?
Lo sforzo di tentare di uscire dal liberalismo di scuola passa anche dalla consapevolezza che – storicamente – esiste un liberalismo protezionista e non solo libero-scambista, così come esiste un liberalismo inflazionista e non solo deflazionista.
E" vero che una moneta iperinflazionata appare immorale perché distrugge la ricchezza creata o la distribuisce talmente da far sembrare la distribuzione una vera e propria creazione di poveri. Altrettanto, però, fa una moneta deflazionata che diventa immorale quando non consente un"equilibrata distribuzione, ma neppure un minimo di redistribuzione delle ricchezze. Questo è il caso di oggi soprattutto nel nostro Paese.
La mappa mondiale dell"inflazione ci vede associati alla Francia, al Belgio, Israele, alla Cina, alla Svezia, la Finlandia, l"Arabia Saudita con un tasso inferiore al 2%. Si tratta – tutte – di società particolari o fortemente conflittuali, alcune, come l"Italia (Belgio, Israele) con alti indici di economia illegale e di frammentazione politica.
Poi vi sono le grandi economie in pieno fermento globale: l"India, che è anche una grande democrazia, gli Stati Uniti, il Canada, l"Europa dell"area tedesca, la Spagna, la Gran Bretagna, il Cile, l"Australia, l"area del Magreb tranne la Libia che hanno un tasso di inflazione tra il 3 e il 5%. Oltre il 5% c"è l"area russa e dell"est Europa, il Sud America brasiliano e argentino e l"Africa. Insomma oggi il tasso di inflazione – come storicamente è accaduto – potrebbe anche segnalarci una "giusta" (etica?) inflazione – tra il 3 e 5% – e una vera e propria posizione di sclerosi come nel nostro Paese (e non si sottovaluti la vittoria della destra svedese dopo 60 anni di governo dei socialdemocratici).
Una sclerosi che crea l"immobilità sociale e lo stress delle economie perché se è vero che un eccesso di inflazione distrugge e crea volatilità e anche vero che un irrigidimento continuato produce invecchiamento e immobilità. Per chi crede anche nella lettura antropologica – come ho cercato di divulgare nel mio ultimo libro "Un"altra Italia" – il nostro Paese, come la Francia, ma a differenza di Germania e Gran Bretagna non è strutturato in modo sistematico per la distribuzione delle risorse e quindi, come è stato durante il boom economico, avrebbe bisogno di un"inflazione più alta per crescere.
Da noi i sindacati sono debolissimi e frammentati. La classe dirigente è fortemente dipendente dalle basi e, oggi come oggi, soprattutto da quella dei pensionati che vale più della metà degli iscritti. Più dei metalmeccanici. Insomma si tratta di sindacati di (ex) lavoratori che rappresentano i non-lavoratori. Dall"altra parte, Confindustria, ha una classe dirigente altrettanto debole, aristocratica, composta da un"élite senza base: rappresentanti di grandi imprese, banche, aziende di stato contestati ogni volta dalla base di piccoli e medi imprenditori. E così vale per i professionisti, gli artigiani, i commercianti (si veda il caso Billé).
Insomma in una società strutturata come quella italiana la politica non riuscirà a fare grandi riforme perché la teologia europea della deflazione è imperniata sul sistema tedesco e non su quello italiano o francese o belga o, meglio sarebbe, inglese.
E in questa logica appare perfetta l"entrata in campo del presidente della Bce, Jean-Claude Trichet a proposito della nostra Finanziaria che ha detto: "praticamente in tutte le aree dell"eurozona giudichiamo che servono più sforzi per ridurre la spesa pubblica ma da un lato c"è il problema dei livelli dei deficit dall"altro quello di un deficit unito ad un debito pubblico che è molto più alto della media dell"eurozona e dei paesi del G7. In questo caso abbiamo un problema di spesa pubblica maggiore degli altri".
Ma interventi di questo tipo e soprattutto le grandi riforme, nel nostro Paese, non si possono fare che con un "tutt"insieme" e in stato di emergenza. Nessuno prima – né individuo, né organizzazione – è in grado di gestire in modo strutturato la crescita e la distribuzione di ricchezze. Aspettando l"emergenza ribadiamo la nostra proposta dell"Assemblea Costituente.
Se vogliamo approdare ad una qualche normalità – anche nell"economia – l"unica vera riforma da avviare è quella della nuova Costituzione che riscriva regole condivise e garantisca legittimazione reciproca, governabilità e anche alternanza di governo. Tutto il resto sarà declino!

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario