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Riflessioni sullo schema di Bruegel

Riforme impossibili col bipolarismo

Troppi elettori temono il cambiamento. Così le persone di buon senso devono coalizzarsi

di Donato Speroni - 29 settembre 2005

Una cosa è certa: i cittadini europei vorrebbero sistemi economici in grado di rispondere alle sfide dell’economia globalizzata, ma non sono disposti ad accettare riforme che riducano le tutele di cui hanno goduto finora. D’altra parte, il livello di queste tutele è diventato antieconomico e la contraddizione tra le esigenze dell’economia e le richieste della politica si sta facendo dirompente. Produce effetti clamorosi come i “no” ai referendum sull’Europa oppure la forzata coabitazione tra cristianodemocratici e socialdemocratici in Germania: un risultato obbligato a causa della fuga su posizioni di estrema sinistra di una parte dell’elettorato, ma lacerante perché a quanto pare costringerà a governare insieme due partiti che nel loro Dna hanno la necessità di combattersi secondo le regole del bipolarismo.

In realtà una parte della popolazione europea sta già perdendo una parte consistente delle tutele sociali: mentre i governi proteggono gli anziani, sempre più numerosi, i giovani non possono contare né sulla certezza del posto di lavoro e di un percorso di carriera, né su pensioni adeguate senza pesanti sacrifici sul loro salario sotto forma di contribuzioni previdenziali volontarie. Se i sistemi politici penalizzano i le nuove generazioni per la loro scarsa capacità di costituirsi in gruppi di pressione, non c’è poi da stupirsi se i giovani si orientano su posizioni “antisistema”.

Che fare? Qual è il modello di sviluppo al quale vogliamo ispirarci per rompere questo circolo vizioso? In un articolo sul Corriere dell’Economia l’economista Michele Salvati dà un contributo concreto, che prende le mosse dall’analisi redatta da André Sapir e presentata all’Ecofin dalla think thank indipendente Bruegel, presieduta da Mario Monti. La raccontiamo per cercare di trarne delle conclusioni politiche.

Il succo del ragionamento è nel grafico che presentiamo. Ci sono quattro modelli nell’Europa dei 15, che coniugano diversamente efficienza ed equità. Il migliore per i cittadini è quello “nordico” (Danimarca, Finlandia, Olanda, Svezia, ma anche Austria) che può permettersi sia un’elevata copertura sociale sia un mercato del lavoro efficiente, perché la mobilità fa meno paura quando i lavoratori sanno che la rete di sicurezza funziona. Il peggiore è quello “mediterraneo” (Spagna, Grecia, Italia) che ha un mercato del lavoro irrigidito senza comunque garantire condizioni di equità sociale attraverso la redistribuzione del reddito. Privilegiano invece il sociale a scapito dell’efficienza i “continentali” (Belgio, Germania, Francia, Lussemburgo) e la flessibilità a scapito della sicurezza gli “anglosassoni”, cioè Gran Bretagna e Irlanda con l’aggiunta del Portogallo.

Insomma bisogna scegliere, perché non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Gli elettori sognano un modello che si avvicina a quello dei paesi del nord, che però sono paesi ricchi e demograficamente poco numerosi. Più realizzabile nei grandi paesi europei, secondo Salvati, il modello “anglosocial”, cioè più liberal nella versione di Tony Blair, che certo non è quella di Margaret Thatcher, e un po’ meno “social” rispetto agli irraggiungibili scandinavi.

Se questa sarà la scelta del centrosinistra, di cui Salvati è autorevole mente pensante, alcuni sacrifici vanno comunque fatti, per trovare risorse che consentano una politica redistributiva di maggiore equità. Nessuno può illudersi di risolvere questi problemi con una patrimoniale. In realtà gli stimoli all’efficienza devono provenire da un mercato del lavoro meno rigido: non contro i giovani, già fin troppo flessibilizzati; ma operando sulle categorie più protette come il pubblico impiego. Già, ma chi glielo dice ai sindacati e agli elettori, di destra o di sinistra? “Eppure scegliere si deve” conclude Salvati. “Gli elettori non possono continuare a votare contro governi che non assicurano una decente crescita e contro misure di riforme che mirano a migliorarla. Cercansi disperatamente leader politici che facciano capire questa contraddizione”.

Possono questi leader, che Salvati un po’sconsolatamente cerca, crescere nella gabbia bipolare? Io non credo. Molti elettori sarebbero pronti ad accettare riforme liberali, purché corrette da una rete di protezione sociale. Purtroppo però questi elettori sono in condizione di impotenza nell’uno e nell’altro schieramento, imbarcati su vascelli condizionati dalle sirene del rilancio statalista contro la globalizzazione (Rifondazione & C.) o di un improbabile protezionismo contro la perdita di competitività (Lega). Sirene che hanno in comune il fatto di offrire alibi per non fare le riforme e che proponendo itinerari impossibili mandano la nave a schiantarsi contro gli scogli.

Vene un dubbio, che va contro il pensiero corrente ma che credo meriti di essere soppesato. E se il problema non fosse soltanto, come abbiamo detto finora, “questo bipolarismo bastardo” cioè un sistema politico pasticciato, ma il bipolarismo tout court? Mi spiego. La dialettica tra i due poli funziona bene nei paesi caratterizzati da una sostanziale unità d’intenti tra i due schieramenti. È più simile a una partita a tennis, che si svolge nel contesto di una sostanziale accettazione delle regole. Così funziona negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Così funzionava anche in Germania fino a ieri. Ma che cosa succede quando l’avversario ti tira la racchetta anziché la palla, cioè quando una parte consistente dei cittadini si pone fuori dal sistema? Si torna a una situazione paragonabile a quella italiana del dopoguerra. Sarebbe stato possibile immaginare un bipolarismo in Italia finché perdurava la minaccia comunista? Ovviamente no.

E allora può darsi che quest’epoca, sotto le minacce della globalizzazione, degli squilibri demografici e ambientali, del terrorismo, non sia più una stagione di dialettiche bipolari. In Italia come in Germania, chi vuole le riforme deve cercare di convergere al centro. Senza farsi fuorviare dai cantori del liberismo a oltranza, che spaventano solo gli elettori, come il professor Paul Kirchhof, responsabile della sconfitta della Merkel con la sua teoria della flat tax. Teorici che propongono soluzioni irrealizzabili. Ma con un mix sensato di liberalizzazioni e di tutela sociale. Chiamiamo pure il modello da realizzare “anglosocial”, come dice Salvati, magari con un pizzico di salsa francese per rinnovare le nostre imprese. Molti lo sottoscriverebbero, sia nel centrodestra che nel centrosinistra. Ma rendiamoci conto che si tratta di un programma che non si fa né con Bertinotti né con Bossi. Il bipolarismo sarà anche bello e giusto, ma forse sarebbe meglio rimandarlo a tempi migliori, di maggiore coesione sociale.


Pubblichiamo di seguito il commento di Antonio Gesualdi all’articolo di Donato Speroni

Una brevissima analisi strutturale dei gruppi di paesi classificati da André Sapir e riproposti da Salvati e Speroni.

Intanto premetto che faccio fatica a considerare "anglosassone" il Portogallo così come l'Austria "nordica". Non certo per mio gusto: ma il Portogallo ha una percentuale di popolazione sotto i 15 anni quasi uguale a quella sopra i 65 anni mentre sia Irlanda che Gran Bretagna hanno una popolazione giovane molto consistente rispetto a quella anziana. Inoltre, come in tutti i paesi "mediterranei" la speranza di vita di un portoghese è mediamente più alta di due/tre anni rispetto agli altri paesi. Al contrario i portoghesi hanno un reddito pro-capite di 17.700 euro mentre inglesi e irlandesi, rispettivamente, di 27.690 e 30.910.

Così come l'Austra si differenzia molto dai paesi "nordici": ha un tasso di natalità e di fecondità inferiore di 1/2 punti, un tasso di mortalità infantile più alto e soprattutto un equilibrio tra popolazione giovane (sotto i 15 anni) e popolazione anziana (sopra i 65 anni) mentre tutti gli altri paesi dello stesso insieme (Danimarca, Finlandia, Olanda e Svezia) hanno percentuali di popolazione giovane superiore a quella anziana anche di 5 punti percentuali.

Insomma precisate le eccezioni, che potrebbero anche confermare la regola, i diversi gruppi di paesi europei individuati da Sapir hanno condizioni strutturali molto diverse tra loro. La prima che salta all'occhio è quella del Pil pro-capite. Nel gruppo "nordico" si va da un minimo di 26.920 euro della Svezia ad un massimo di 31.050 della Danimarca. Nel gruppo "mediterraneo" il minimo è di 19.900 euro della Grecia e il massimo è quello dell'Italia di 26.830 euro. Nel gruppo "continentale" il minimo è di 27.610 euro della Germania, il massimo sono i 55.500 del Lussemburgo. Infine il gruppo "anglosassone" fa registrare un minimo di 17.710 euro del Portogallo (l'eccezione) ed un massimo di 30.910 euro dell'Irlanda. Dunque dal punto di vista del reddito il gruppo anglosassone ha una fortissima oscillazione così come il gruppo continentale. Di fatto se escludiamo il Portogallo da una parte e il Lussemburgo dall'altra abbiamo un sostanziale equilibrio dei redditi sia nel gruppo "nordico" che in quello "continentale" che "anglosassone". Il gruppo del quale fa parte l'Italia, con Spagna e Grecia ha, invece, fortissime oscillazioni.

E dunque ecco trovata una specificità strutturale italiana. Ma è solo economica ed è ancora poco indicativa.

Quanto alla popolazione il gruppo "anglosassone" oscilla dagli oltre 60 milioni di inglesi ai poco più di 4 milioni di irlandesi. Difficile da comparare due paesi così. Le dinamiche strutturali sono completamente diverse: gli inglesi hanno una natalità di 12 per 1.000 abitanti, gli irlandesi arrivano a 16. Grandi differenze anche sulla mortalità e la fecondità. E altrettanto grande divario nelle percentuali di popolazioni giovani e vecchie. Da escludere, naturalmente, anche il Lussemburgo nel gruppo "continentale" che ha una popolazione di circa mezzo milione di persone e quindi un Pil pro-capite di 55.500 euro l'anno (quasi doppio rispetto a tutti gli altri paesi). I paesi dei gruppi "continentale" e "mediterraneo" hanno popolazioni che vanno dalla decina di milioni (Grecia, Belgio) fino agli oltre 80 milioni della Germania. La media, comunque, dei paesi "continentali" è di oltre 50 milioni di abitanti mentre quella del gruppo "mediterranei" è di 37 milioni. Molto più bassa, invece, quella dei paesi nordici che non arriva neppure a 10 milioni.

Dunque cosa compariamo socialmente, economicamente... strutturalmente quando facciamo il paragone tra un paese con 5 milioni di abitanti e uno con 80 milioni? A mio avviso niente!

Significherà pur qualcosa dover organizzare 80 milioni di letti, 80 milioni di colazioni, pranzi e cene tutti i giorni, 80 milioni di... invece di 5 milioni?

Tant'è che se tutti questi paesi europei sono abbastanza uniformati sui tassi di natalità e mortalità riscontriamo ancora una volta una diversità consistente nei tassi di fecondità del gruppo "mediterraneo"; ovvero di quello del quale - guarda caso - fa parte l'Italia. In Spagna, Grecia e Italia si viaggia, infatti, ad un tasso di fecondità di 1,3 mentre gli altri gruppi sono a 1,6 (continentale), 1,68 (nordico) e 1,7 (anglosassone). Se poi togliamo la grande forzatura del Portogallo il gruppo anglosassone si avvicina al 2 e il gruppo nordico si posiziona di più verso 1,8 perchè l'Austria ha un tasso di fecondità di 1,4.

Infine le percentuali di giovinezza e di vecchiaia e la speranza di vita. Ebbene l'Italia fa ancora eccezione: è nel gruppo di paesi con la più alta speranza di vita: per le donne 83 anni (solo la Spagna, la Francia e il Portogallo sono a 84). Mentre sulle proporzioni giovani/vecchi vi sono le strutturazioni più consistenti. Nel gruppo "nordico" la proporzione di minori di 15 anni supera anche di 5 punti percentuali quella di ultra 65-enni. Nel gruppo "anglosassone", addirittura, l'Irlanda mostra una differenza di giovinezza di 10 punti percentuali. Il gruppo "continentale" oscilla dai "vecchi" tedeschi ai "giovani" lussemburghesi. Infine l'unico gruppo con tutti valori preponderanti verso gli ultra 65-enni è quello del quale fa parte l'Italia che, tra l'altro, è l'unico paese dove gli "anziani" superano di 5 punti percentuali il gruppo di under 15.

Dunque per tirare le somme: se l'Europa fosse veramente divisa come ci suggerisce l'economista Sapir dovremmo dedurre che un sistema più efficace ed equo deve avere una popolazione di non più di 10 milioni di abitanti, un bassissimo tasso di mortalità infantile, un medio-alto tasso di fecondità e soprattutto una popolazione giovane. Noi italiani siamo tutto il contrario di questo.

Dunque sposare, politicamente, il cosiddetto modello "nordico" o "anglo-social" potrebbe significare per noi "mediterranei" o "continentali" accentuare le paure di disastri sia da destra (troppo liberismo anglosassone) sia da sinistra (troppo interventismo nordico).

Allora se siamo strutturalmente tutto il contrario di questa situazione "anglo-social" perchè dovremmo riuscire ad essere uguali ad altri nelle situazioni di efficienza ed equità? Non sarebbe più corretto porsi il problema di come far sì che con i nostri dati strutturali (popolazione vecchia, bassa fecondità, decine e decine di milioni di abitanti e mortalità infantile che si può abbassare) si possa raggiungere obiettivi di buona copertura sociale e anche di mercati efficienti?

Io mi convinco che "l'economia è stupida!". E' un "groviglio di razionalità". Non è sufficiente per spiegare come vanno le cose. In realtà, infatti, non esiste un "modello sociale europeo" e non esisterà finchè non si faranno gli Stati Uniti d'Europa. Quanto i cittadini europei voteranno un governo europeo!

Nel frattempo la via più sensata è solo un grande patto politico - prima ancora che economico o sociale - di più ampio schieramento moderato che concepisca la lotta politica nazionale come un incontro tra interessi ed esigenze di concittadini e non come uno scontro - infantile - dove non si fanno prigionieri.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario