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Pensioni e pubblico impiego nel menù del vertice

Riforme e cogestione del declino

Aumenteranno inevitabilmente il prelievo fiscale e previdenziale in capo ai lavoratori

di Davide Giacalone - 22 gennaio 2007

Ma sì, facciamo scendere l’età pensionabile, seguiamo la via governativa così brillantemente sintetizzata dal ministro del lavoro, Damiano. I soldi per pagare questa roba li prendiamo da quelli che i lavoratori perderanno con il trasferimento del tfr, complice il governo stesso che avendo alle spalle il primo gennaio, e mancando d’eseguire quel che esso stesso ha voluto, ancora non ha diffuso i moduli per l’opzione. Non basteranno, quindi aumenteremo il prelievo fiscale e previdenziale in capo a chi lavora, così alimentando la cassa con la quale far riprendere vigore alla spesa pubblica. Non, si badi bene, a quella che la retorica definisce per investimenti ed innovazione, ma a quella concreta, quella che porta favori corporativi e vantaggi elettorali, quella corrente.

Il tavolo apparecchiato per i sindacalisti, a Palazzo Chigi, teneva nel menù la controriforma delle pensioni e la cogestione nella riforma del pubblico impiego. Noi che criticammo per timidezza la riforma Maroni, che avremmo preferito non si adottassero scelte postdatate (anche se la ragione tecnica era proprio interna alla riforma Dini, allora votata dalla sinistra), guardiamo con orrore a chi oggi considera quelle scelte troppo severe, dimenticando che se c’è uno “scalone” nel 2008 è anche perché non vi sono stati gradini nel frattempo, che, quindi, non c’è un’ingiustizia a quella data, ma una mancata progressione nell’innalzamento dell’età pensionabile negli anni precedenti. Ed a questo si aggiunge che volendo far entrare la bandiera dell’efficienza, quindi della valutazione di produttività sui lavoratori pubblici, la si accompagna con il suo esatto opposto, ovvero la contrattazione preventiva, con i sindacati, sull’organizzazione di quegli stessi uffici.

Nel mentre i migliori governi della sinistra europea, a cominciare da quello inglese di Blair, hanno da tempo capito che le politiche di giustizia sociale richiedono un indispensabile recupero di produttività, e che i diritti del cittadino necessitano trasparenza ed efficienza della pubblica amministrazione, nel mentre l’Europa che riprende il cammino dello sviluppo cerca di abbassare la pressione fiscale, ridando vigore ai consumi e libertà di scelta a chi produce reddito, da noi sembra quasi si vada in direzione opposta. Tutto perché è indispensabile portare a casa il consenso di un sindacato che oggi, non a caso, rappresenta più i pensionati che i lavoratori.

www.davidegiacalone.it

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario