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Già alla fine degli anni ’70 i primi deficit

Riforma elettorale e Costituente

La modifica della Costituzione creerebbe un nuovo spirito nazionale

di Antonio Gesualdi - 05 febbraio 2007

Nel 1861 molti avrebbero preferito convocare un’Assemblea Costituente, ma Cavour si oppose. Lo statista era convinto che una Costituente avrebbe messo in crisi la monarchia liberale. Rimase lo Statuto che secondo i detrattori "era stato importato dall’Inghilterra in una cattiva traduzione francese". Si finì per governare il Paese attraverso i giochi di potere di una ristretta oligarchia legata alla corona. Così al posto di una vera e propria democrazia liberale si passò dal "connubio" al “trasformismo” alla personalizzazione del potere. Non aver preso atto che il Paese era cambiato - c’era stata l’Unità d’Italia! - ha significato l’accentuarsi della questione meridionale, la grande ondata migratoria della fine dell’Ottocento e la mancata unificazione culturale e delle mentalità nazionali.

Nel 1919, poco prima dell’avvento del fascismo, il Paese è nuovamente ad una svolta. Le istituzioni funzionavano male perché la guerra aveva cambiato la vita quotidiana e perché il vecchio sistema non si era adeguato. Le forze politiche di allora tentando di salvare il salvabile abbandonarono il progetto di revisione costituzionale sperando che potesse bastare una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale. I movimenti di revisione dello Statuto promuovevano una Costituente non solo perché sentivano necessaria la modifica del sistema elettorale, ma anche perché era necessario rivedere il ruolo del Presidente del Consiglio, del Senato, delle prospettive regionaliste per ridimensionare l’accentramento e la burocratizzazione e il clientelismo. E anche perché avevano intuito l’affermazione dei partiti di massa e della funzione dei nuovi mezzi di comunicazione: il cinema e la radio. Cose che il fascismo, puntualmente, utilizzò alla grande. Nel luglio del 1919 la classe dirigente italiana era vecchia e, soprattutto, incapace di guardare lontano. Si alternarono quattro governi in tre anni sostenuti da maggioranze di coalizione: Nitti, Giolitti, Bonomi e Facta. Poi venne Mussolini! Finalmente - dopo un ventennio di regime autoritario e un’altra guerra mondiale - gli italiani arrivano ad un’Assemblea Costituente: è il momento più alto della nostra storia contemporanea. Si scrive la Legge nella quale il Paese si riconosce e legittima le proprie componenti politiche al governo nazionale. La nostra Costituzione regge brillantemente per una trentina d’anni. E’ il frutto di un lungo percorso iniziato, appunto, dall’Unità d’Italia e finito con la nascita della Repubblica. Ma è un percorso che già alla fine degli anni settanta comincia a manifestare qualche deficit. Si attuano le amministrazioni regionali, ma si cominciano a chiedere anche riforme o revisioni costituzionali: da Craxi, alla Commissione Bozzi, alla Bicamerale fino alla “devolution” che voleva modificare 50 degli 84 articoli che compongono la seconda parte della nostra Costituzione. Cambiarli non dopo un dibattito politico pubblico, una campagna elettorale con sistema proporzionale, ma dopo un incontro in una baita del Cadore. Gli italiani la bocciano e danno fiato a coloro che continuano a pensare che la nostra Costituzione va bene così e se in qualcosa è carente è perché viene disattesa.

Oggi siamo alle solite: il sistema istituzionale è indiscutibilmente in crisi. La classe politica è vecchia e non è capace di guardare al futuro. I governi non governano, ma tutti blaterano di governabilità e ci si pone di fronte all’alternativa tra la riforma del sistema elettorale e un’Assemblea Costituente. La prima la gestiscono coloro che ne hanno il potere e finisce, sempre (è storicamente dimostrato), per essere un compromesso inutile, magari fatta da un governo di compromesso. La seconda è la strada maestra per dare spirito e vitalità alle forze mortificate da questo andazzo. La Costituente prende atto dei principi e dei valori che hanno permesso a questo Paese di crescere e consolidarsi, ma prenderebbe anche atto che il futuro è fatto anche di solidarietà internazionali, di diritti umani, di salvaguardie ambientali, di accesso alle nuove tecnologie, di principi, insomma, acquisiti di recente. E soprattutto, una nuova Costituzione, prenderebbe atto che vi sono nuove forze politiche legittimate a governare e anche forme di governo - non di Stato! - che possono essere prese in considerazione per rendere più efficace l’amministrazione pubblica. Insomma la riforma elettorale sarà inutile perché fatta la riforma i partiti si muoveranno di conseguenza per gabbarla. La riforma della Costituzione, invece, porterebbe non solo un nuovo sistema elettorale, ma soprattutto un nuovo impianto istituzionale e un nuovo spirito nazionale; una nuova credenza collettiva sulla quale rifondare il Paese.

Ma se la storia qualcosa insegna è che, di solito, i figli tendono a fare gli errori dei padri. Se non peggio. Come si dice nel mondo dei giochi della genetica: “il Dna non mente!”

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