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Uno strumento per fronteggiare la recessione

Riforma delle pensioni? La risposta è sì

Perché è necessario rimettere mano al sistema previdenziale

di Enrico Cisnetto - 06 marzo 2009

La riforma delle pensioni è necessaria o no? E se sì, è questo il momento? E’ utile come strumento di politica anti-recessiva, o come sostiene (quasi tutto) il Governo creerebbe più problemi che vantaggi? Dopo le parole chiare di Casini, la conferma delle posizioni dei Radicali, gli interventi di Enrico Letta e Follini – colpevolmente isolati nel Pd – e il solo Cazzola, sul fronte della maggioranza, disposto a ragionarne, mi sembra che le posizioni siano chiare: c’è una minoranza riformista che di un intervento sulle previdenza capisce sia la necessità in sé sia per reperire risorse anti-crisi, e c’è una maggioranza conservatrice e codarda che preferisce lasciar tutto così com’è.

Di quest’ultima non stupisce ne facciano parte coloro che sono sempre stati contrari a qualsiasi cambiamento del nostro sistema previdenziale, dalla sinistra irragionevole alla destra populista, mentre spaventa che militino nelle file di questo partito trasversale i riformisti doc (D’Alema, Bersani, Fassino), che evidentemente ogni tanto si dimenticano di esserlo, e gli ex socialisti di Forza Italia, fino a ieri strenui difensori dell’idea che quella fosse la “riforma delle riforme” (cerca di fare eccezione il ministro Brunetta, che almeno sulla parificazione dell’età pensionabile uomo-donna nella pubblica amministrazione, peraltro obbligo europeo, si batte). Ma, d’altra parte, se si dovesse fare a tutti l’esame della coerenza, questo discorso non si dovrebbe neppure cominciare: non ne avrebbe i titoli il centro-destra, che fece una riforma troppo prudente e dai tempi furbescamente lunghi (il cosiddetto “scalone”), e che ora non vuole nemmeno ripristinare quella; non li avrebbe neppure il centro-sinistra, che con la scusa di trasformare in “scalini” lo “scalone” ha speso 10 miliardi (presi dalle tasche dei lavoratori autonomi e dei precari) per tornare indietro. Lasciamo dunque stare le colpe, azzeriamo tutto e ripartiamo dalle domande di fondo.

La prima: è necessaria la riforma? Risposta: sì. La Dini risale a 15 anni fa, la demografia e le aspettative di vita si sono profondamente modificate, la spesa previdenziale è salita al 15% del pil e si appresta a diventare 17-18% nel 2020, l’età media effettiva di pensionamento è ancora sotto i 60 anni e il rapporto tra pensionati e lavoratori è di 1 a 1.3. Come ha ben scritto Di Vico sul Corriere, si tratta di equiparare e rendere effettiva l’età pensionabile – magari arrivando a 67 obbligatoriamente e oltre volontariamente – e di accelerare il passaggio di tutti i lavoratori dal sistema retributivo a quello contributivo per evitare di continuare a mandare in pensione con il pro-quota tre lustri dopo aver deciso che occorreva smettere. Qui immagino le riserve del mio amico Bertinotti: gli operai no.

Si potrebbe rispondergli che non ci sono più i lavoratori manuali di quando lui faceva il sindacalista, ma invece dico: okay, se su 22 milioni di lavoratori vogliamo escluderne 4-5 milioni per i prossimi 10-15 anni (così che nel frattempo vadano in quiescenza tutti quelli che hanno vissuto almeno per un periodo della loro vita professionale una fase di lavoro logorante e alienante), purché si possa fare subito e senza conflitti la riforma io sarei d’accordo. Poi viene la seconda questione: oltre ad essere necessaria, la riforma è anche utile per fronteggiare la recessione? Non solo utile, è indispensabile – al pari di un intervento una tantum sul debito, uno risanatore sulla sanità e uno disboscatore sugli assetti istituzionali – per trovare le risorse necessarie a pagare meglio i pensionati, a proteggere i disoccupati, a diminuire le aliquote fiscali sul lavoro e sulle imprese ma soprattutto per investire nei settori più strategici allo sviluppo. Quindi, in definitiva, esiste un motivo intrinseco ed uno estrinseco per rimettere mano al sistema previdenziale.

Ma c’è un’ultima, decisiva questione: i tempi. Il Governo dice che il sistema pensionistico è in equilibrio – facendo così un clamoroso assist ai sindacati – e che comunque mettendoci mano il rischio di aumentare lo “stress sociale” già alto per via della recessione sarebbe maggiore del vantaggio che la riforma produrrebbe. Niente di più sbagliato. Per tre motivi. Primo: è in tempi di crisi che si possono fare riforme impopolari che in altri momenti sono più difficili.

Abbiamo già mancato di sfruttare l’onda emotiva dell’11 settembre 2001, ora perseverare ha del diabolico. Secondo: non è vero che la riforma sarebbe impopolare, visto che oggi chi può scegliere se andare o meno in pensione, preferisce continuare a lavorare. Terzo: ben altra accoglienza avrebbe la riforma se inserita in un grande piano anti-crisi, in modo da poter valutare gli effetti benefici che una tale scelta avrebbe per la nostra economia. Ma, naturalmente, il piano bisogna averlo in testa. E non mi pare che sia questo il caso, purtroppo.

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