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La festa della Repubblica

Rifacciamo il 2 giugno

Frecce tricolore dovevano volare, perché l’Italia si riprende alla grande se riesce a guardare in alto

di Davide Giacalone - 03 giugno 2013

Sfila la parata militare, ma non volano le Frecce Tricolori. Fossi stato io a decidere avrei fatto il contrario: visto che si deve risparmiare, visto che abbiamo solo un milione e mezzo da spendere, ma visto anche che la ricorrenza dovrebbe far vibrare l’orgoglio, facciamo volare le Frecce e rinunciamo al resto. Facciamole decollare da Comiso (così qualcosa decolla dall’aeroporto senza aerei) e lasciamo che atterrino a Trieste. La loro coda colorata è spettacolo per i bimbi e memoria per gli adulti. La parata la vedono solo quelli che ci vanno. Le Frecce le vedono tutti. Invece ci sarà la parata, con il palco delle autorità affollato di soggetti che ci tengono a far sapere che sono pacifisti e antimilitaristi. Dalla scena saranno esclusi i nostri militari che sono in guerra (fossi stato io a decidere avrei fatto una economicissima sfilata di maxi schermi, facendovi scorrere la loro giornata).

Quanti sanno cosa ricorre il 2 giugno? Non è solo questione d’ignoranza generosamente equidistribuita, è che tanti anni di sfilate e ricevimenti al Quirinale non sono serviti a scalfire la scorza di una cultura che ha più orrore che orgoglio della Repubblica. Quest’anno il taglio dei salatini e le Frecce negli hangar non serviranno a far vedere che si risparmia, ma a sentenziare il trionfo di quella cultura. Che non lo sa, perché è cultura incolta, ma non è mica figlia dell’internazionalismo o del disincanto indotto dal libero pensare, non nasce mica dalla povera caratura della classe politica (mediamente migliore di quella professorale), bensì dall’antico pregiudizio antistatale che fu iniettato nelle vene dell’Unità quando questa si fece contro la chiesa cattolica. Dacché noi si vive una contemporaneità in cui s’avvolge nel tricolore repubblicano una destra le cui radici furono monarchiche e lo scansa da sé una sinistra cui quella distanza fu insegnata in parrocchia. Nel mezzo c’è la retorica della “migliore Costituzione del mondo”, preservata tale dal non essere letta.

Oggi festeggiamo il compleanno della Repubblica. Come capita a certi piccinini invecchiati male, il festeggiato non ci tiene a essere tale. I genitori sono morti, del resto, e fra di loro c’era chi voleva la Repubblica, ma non la libertà. Sono gli stessi che di libertà si riempirono la bocca, giacché affetti da dissociazione fra pensiero e linguaggio. Eppure, a dispetto di tanto crasso oltraggio alla memoria, da quel 2 giugno ci arriva un suggerimento. E se lo rifacessimo?

Nel 1946 l’Italia fu condotta a un doppio appuntamento: a. il referendum istituzionale, per scegliere fra monarchia e Repubblica; b. l’elezione dell’Assemblea Costituente, che a partire da quel verdetto popolare avrebbe dovuto scrivere la Costituzione. La Repubblica nata allora, e la Costituzione entrata in vigore nel 1948, ebbero alterne vicende, nel complesso cambiarono il volto d’Italia, rendendoci ricchi e forti, ma sono state abbattute fra il 1992 e il 1994. Da quelle ceneri nacque uno sgorbio denominato “seconda Repubblica”, di cui ancora subiamo la radiazione prematuramente fossile. Di far nascere la terza non è aria. Non si trovano genitori all’altezza. Ebbene: ridiamo la parola al popolo. Convochiamo referendum d’indirizzo: a. elezione diretta e presidenzialismo; b. più poteri esecutivi al capo del governo e al governo stesso; c. riordino delle autonomie con cancellazione delle provincie e accorpamento delle regioni; d. tetto alla pressione fiscale e alla spesa pubblica. Contemporaneamente eleggiamo l’Assemblea delegata a riscrivere la Costituzione, ovviamente sulla base di quegli indirizzi.

Su ciascuno di quei punti ci sono ragioni che militano per il consenso, come per il dissenso. Ciascuno divide trasversalmente schieramenti tanto faziosi quanto vuoti. Siccome la classe dirigente non è in grado di decidere, la parola torni al popolo. Sessantasette anni fa eravamo vinti, distrutti e affamati. Riuscimmo a ripartire (anche perché Yalta ci aveva messo dalla parte fortunata del mondo). Sessantasette anni dopo siamo ricchi, ma spaventati, tremuli, viziati. Possiamo rimettere in moto l’Italia. Con orgoglio e con il coraggio che ci deve venire dal sapere che se restiamo inerti ne usciamo massacrati. Per questo avrei fatto volare le Frecce, perché l’Italia si riprende alla grande se riesce a guardare in alto. Mentre marcisce se continua a gradarsi le parti basse.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario