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Vincere la battaglia contro la teocrazia

Ridere di preti, rabbini e imam

La libertà d’espressione è l'elemento irrinunciabile di uno Stato democratico e laico

di Davide Giacalone - 03 febbraio 2006

Un imam, un prete cattolico ed un rabbino sono chiamati al cospetto dell’unico Dio, il quale promette loro, a richiesta, di consegnare subito quel che maggiormente desiderano. Comincia l’imam, con già la bava alla bocca, chiedendo di avere subito le settantasette vergini che gli spetterebbero in caso di martirio; segue il prete che, con gli occhi luccicanti, chiede di diventare subito ricco, ma molto ricco; infine il rabbino che, con aria falsamente contrita e modesta, chiede di potere avere solo e soltanto … l’indirizzo del prete.

Fa ridere, non fa ridere? poco importa, quel che importa è che io la possa raccontare quando e quanto mi piace. Ci abbiamo messo tempo e fatica per conquistare questa libertà, per fondare degli Stati laici che sappiano essere la casa di tutti. Certo, ancora oggi qualcuno s’arrabbia perché ritiene (in Italia) che le gerarchie ecclesiastiche intervengano troppo nella vita politica, ma ha pur sempre il diritto d’arrabbiarsi e di protestare. Io non m’arrabbio, ed anzi festeggio il fatto che dalla chiesa non si eserciti un magistero assoluto e pervadente, ma ci si debba adattare a far valere le proprie idee nella battaglia politica e civile. Benvenuti, come sono benvenute tutte le idee, tutte le convinzioni, tutte le fedi che non intendano sovvertire la tolleranza e la civile convivenza.

Nel mio mondo, nel mondo libero, si aprono chiese, moschee, sinagoghe, e si possono anche prendere in giro peti, imam e rabbini. La satira, talora, può essere di cattivo gusto, può essere smodata ed anche sbagliata, ma mai proibita. Se lo scordino. Quindi, tanto per essere chiari e non girarci attorno, i fanatici che assaltano le sedi Ue o le ambasciate danesi (è in Danimarca che sono state pubblicate le vignette che qualche inturbantato ritiene blasfeme) devono essere respinti, se necessario a fucilate. Noi ci perbettiamo di mettere alla berlina il papa, e non ci autocensureremo mai per evitare che girino le balle all’urlatore del minareto.

L’errore che non commetteremo, la trappola nella quale non cadremo, è considerare Islam l’accozzaglia dotata di mitragliatore che oggi si sente offesa, senza neanche immaginare di essere, proprio loro, fra i principali bestemmiatori della religione nella quale dicono di credere. Noi non assimileremo le donne e gli uomini islamici a questo spurgo di oscurantismo. Al contrario, noi sappiamo che alla libertà aspirano anche gli studenti di Teheran, le donne di Kabul, il popolo di Bagdad. E la battaglia contro la teocrazia sarà vinta (e deve essere vinta) quando sapremo aiutarli ad essere protagonisti del loro mondo, non per renderlo uguale al nostro, non per assimilarli, ma perché ovunque vinca quel sentimento di libertà che è proprio di ogni essere umano, senza distinzione alcuna.

In tutto questo, comunque, si veda il lato positivo: quel potere che teme un sorriso, è già morto.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario