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Public Policy

L'editoriale di TerzaRepubblica

Renzi incontra Berlusconi

Quattro proposte al segretario del Pd per dare risposta alle grandi aspettative che gli italiani hanno in lui

18 gennaio 2014

Se mai ce ne fosse stato bisogno, la sceneggiata che in queste ore si sta svolgendo intorno alla riforma della legge elettorale conferma che nessun attore della politica – nemmeno uno – ha capito i sentimenti che animano gli italiani e il loro (sacrosanto) desiderio di vedere le forze in campo impegnate in uno sforzo di convergenza su alcune scelte di salvezza nazionale, perché consapevoli del permanere di una crisi che non è affatto risolta. Sia chiaro, dentro queste legittime aspettative c’è anche un filone qualunquista che alza le spalle di fronte ai problemi del riassetto del sistema politico-istituzionale, quasi che fossero affari interni alla “casta” verso i quali i cittadini sono autorizzati a provare ripulsa. Si tratta di un atteggiamento sbagliato, giacché disporre di un sistema politico e di un’architettura istituzionale funzionali e funzionati è premessa indispensabile per risolvere tutti gli altri problemi, che altrimenti sono destinati inevitabilmente a marcire. Tuttavia, questo diffuso (e sbagliato) chissenefrega non autorizza i partiti a gestire quei temi come se fossero di condominio, non fosse altro perché così finiscono per alimentare proprio quel sentimento di anti-politica oggi prevalente, che – anche se non sembrano rendersene conto – sarà il loro vero avversario nella prossima campagna elettorale.

Come TerzaRepubblica aveva ampiamente previsto e anticipato, dopo la rottura che si è verificata dentro il centro-destra – pur con tutte le prudenze che Berlusconi e Alfano alla fine ci hanno messo – ora si sta consumando un’analoga spaccatura nel centro-sinistra, conseguenza di un passaggio interno al Pd che avviene dopo le primarie (poteva accadere prima o durante, ma la moral suasion di Napolitano l’ha impedito). Era inevitabile, è l’effetto “vasi comunicanti” che caratterizza il nostro immaturo bipolarismo e che riproduce fedelmente dentro un polo ciò che avviene nell’altro. Vedremo nelle prossime ore cosa produrrà questo scontro interno al Pd, che sostanzialmente vede in campo tre blocchi: i rottamati (D’Alema, Veltroni, i bersaniani, la sinistra interna), i governativi (Letta, i ministri, un pezzo della vecchia Margherita) – che guardano in entrambi i casi a Napolitano – e i renziani (della prima e dell’ultima ora), cui interessa andare alle elezioni nella convinzione che così possano conquistare un potere che la sola presa della segreteria del Pd non ha loro ancora concesso. Certo è difficile immaginare che ne possano scaturire le premesse per il ripristino del bipolarismo, tanto più se diversamente maturo (come sarebbe giusto che fosse) rispetto a quello sgangherato del ventennio. Perché entrambe queste spaccature, cui si aggiungono la disintegrazione del centro e (più marginalmente) la diaspora dentro i 5stelle, non fanno altro che accentuare la mitosi del sistema politico, che è il processo esattamente opposto a quello aggregativo che servirebbe per favorire la ridefinizione del bipolarismo dopo la parentesi emergenziale del governo tecnico e di quello di larghe intese. Noi di TerzaRepubblica lo andiamo sostenendo da anni che un sistema politico non è giusto o sbagliato in assoluto, ma in relazione al paese e al momento storico in cui si applica. E che, dunque, non funziona e non può funzionare nell’Italia che, mentre altrove finiva la stagione delle ideologie e della loro contrapposizione, si è inventata la “guerra dei vent’anni” tra berlusconiani e antiberlusconiani.

Qualche lettore ci ha obiettato: ma così condannate Renzi – che è l’unica novità all’orizzonte, e dunque l’unica speranza esistente – prima ancora di averlo sperimentato. No, tranquilli. Ci rendiamo conto che il sindaco di Firenze incarna questo desiderio di cambiamento, che è anche il nostro. Ma tra sperare e illudersi c’è una profonda differenza, e noi vorremmo evitare di non riconoscerla. Per questo abbiamo insistito nel 2012 che Renzi non partecipasse alle primarie per la premiership (poi vinte da Bersani), uscisse dal Pd e giocasse la carta di un partito nuovo che rompesse l’improduttivo gioco destra-sinistra sotto cui si mascherava la fin troppo visibile contrapposizione pro o contro Berlusconi. Ed è per questo che, non avendolo fatto, ci siamo permessi di indicare una strada diversa da quella che poi ha voluto percorrere candidandosi alla segreteria del Pd. Lo abbiamo fatto non perché sottovalutassimo la portata del consenso trasversale che Renzi appare in grado di attirare, ma proprio per esaltare questa sua capacità e renderla funzionale ad una vera svolta nella politica italiana. Ora, inascoltati due volte, non demordiamo e ci riproviamo. Caro Renzi, sei l’unico uomo politico capace di sopire, o quantomeno non sollecitare ulteriormente, il sentimento di rifiuto generalizzato della politica e di sfiducia assoluta nelle istituzioni che caratterizza quello che ormai è il partito di maggioranza assoluta del Paese. Non dissipare questo patrimonio di valore inestimabile – e non solo per il tuo futuro successo personale, ma persino per la tenuta della nostra democrazia, altrimenti a rischio – insistendo in questo corpo a corpo dentro il tuo (ormai superato) partito e muovendoti all’interno del perimetro del consunto sistema politico residuato dell’ormai defunta Seconda Repubblica. Rompi gli schemi davvero, combatti fuori dal ring.

Cosa significa questo oggi in concreto? Quattro cose. Primo: imponi al governo Letta un paio di mosse di natura straordinaria (economia e giustizia) proponendole preventivamente all’opinione pubblica in forma molto diretta. Quali? Leggiti la serie storica di TerzaRepubblica e ci trovi tutto quel che occorre. Secondo: definisci un sistema politico imperniato su una forza riformista collocata al centro (che è qualcosa di più e di diverso dalla semplice zona geografica dove si collocano i moderati) che marginalizzi sulle ali i conservatori a vario titolo dell’esistente e nello stesso tempo svuoti il serbatoio qualunquista e populista alimentato dal malcontento. Terzo: proponi un legge elettorale e un’architettura istituzionale conseguente. Quattro: lancia la proposta che il Paese riscriva in modo condiviso le regole del gioco, e di conseguenza delinei un modello di Stato e di società, attraverso una Assemblea Costituente che segni il suo riscatto e la sua rinascita. Noi, se lo farai, saremo con te.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario