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Public Policy

Fermiamoci finché siamo in tempo

Regionali e declino

Il pasticcio delle regionali mostra la pochezza dell'attuale classe politica

di Enrico Cisnetto - 11 marzo 2010

Ora che la politica italiana ha toccato il fondo – purché non sia un piano inclinato – ora che il ridicolo è stato ampiamente superato trasformandosi in farsesco, ora, soprattutto, che il “tutti contro tutti” ha portato alla completa atomizzazione della res publica, è giunto il momento di guardare oltre e ragionare. Non sappiamo quale soluzione sarà adottata per proci rimedio, ma sappiamo con certezza che la querelle sulle liste regionali altro non è che la punta dell’iceberg di quel declino che sta lentamente ma inesorabilmente erodendo l’Italia da tre lustri a questa parte. Trovare una soluzione, condivisa, a questo ennesimo papocchio all’italiana dev’essere l’obiettivo prioritario di tutti. Non è neanche troppo importante quale essa sia: il rinvio della data delle elezioni, la ri-ammissione delle liste in Lombardia e nel Lazio, o,altro. Perché mai come in questo momento la necessità di ricompattare l’intero arco parlamentare, e di cementarlo a sua volta con le altre istituzioni, si è fatto impellente. Tutto ciò che l’Italia sta vivendo in questo periodo ha un preciso responsabile: la personalizzazione della politica, unita al bipolarismo “bastardo” che ha annullato le molte anime culturali e politiche del nostro Paese dando vita ad uno scontro totale e permanente sia dentro che al di fuori dei poli. Si è abbassato il livello del confronto rendendolo una litigata da bar sport o, peggio, da bordello. La maggioranza? Divisa su tutto. Senza voler prendere in considerazione le esternazioni di Fini, che sono ormai rubricate come “fronte nemico”, si sarebbe dovuto ascoltare un uomo accorto e di riconosciuta levatura politica come Giuseppe Pisanu, quando ha sottolineato che il progetto Pdl stava rapidamente franando a causa delle continue fratture tra i suoi principali esponenti. Senza contare la mina vagante chiamata Lega Nord, capace di destabilizzare anche la coalizione più solida. Se a questo si aggiunge che lo scontro frontale e ad ogni piè sospinto con il Quirinale, così come con altre istituzioni, è sintomo di una mentalità che mal si concilia con un Governo solido e capace di prendere quei provvedimenti necessari per traghettare l’Italia fuori dalla palude in cui si trova (e si trovava, a dire il vero, già prima della crisi mondiale), se ne può concludere senza tema di smentita che per il centro-destra è davvero finita una stagione, e che la tragicomica vicenda delle liste è non la causa ma la conseguenza del suo fallimento politico. Ma se il Pdl piange, il Pd si strappa le vesti. L’esodo, lento ma continuo, dei cattolici verso il centro di Casini avrebbe dovuto far riflettere sul fallimento di un progetto che, nato con l’ambizione di ricalcare i fasti del Labour inglese, si è sfaldato già al primo appuntamento elettorale nel 2008. E ancora, la candidatura “forzata” della Bonino nel Lazio, che ha lasciato l’amaro in bocca per come è stata subita, è il segno tangibile di una mancanza di programmazione che è peccato esiziale in politica. Per non parlare delle guerre intestine tra ex diessini, eternamente incentrate intorno alla figura di D’Alema. Ricompattiamo le istituzioni, quindi. E il modo migliore di farlo, ora, è quello di trovare una soluzione – almeno questa, condivisa – per risolvere la “questione elezioni regionali” e non relegarci ad altri lunghi periodi di recriminazioni. Ma, certo, non ci si faccia ingannare dall’idea che una volta posto rimedio a questo guazzabuglio si sarà usciti dall’immobilismo politico. Dopo questo appuntamento elettorale non sono previste altre consultazioni fino al termine della legislatura; ma se le cose non cambieranno radicalmente (e i dubbi in merito sono fin troppi), è altamente improbabile che si arrivi al compimento della legislatura nel 2013. Chi sarebbe oggi pronto a scommettere sulla tenuta di partiti e coalizioni conciate in questo modo? Nessuno. Ma porsi il problema solo quando si manifesterà esplicitamente sarà troppo tardi. Intanto perché il treno della ripresa economica mondiale è già in moto e o ci saltiamo sopra ora, o sarà pressoché impossibile farlo più avanti. E poi perché dobbiamo evitare di commettere lo stesso errore fatto nel 1992-1994: arrivarci impreparati al prossimo cambio di stagione politica significherebbe ritrovarsi una soluzione ben peggiore, per quanto si possa pensar male di Berlusconi, di quella escogitata allora. Il pasticciaccio brutto delle liste per le regionali è quindi la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. Il sottoscritto, che aveva lanciato – inascoltato – numerosi allarmi all’alba della Seconda Repubblica, non gode particolarmente nel vedere che le sue previsioni si siano puntualmente avverate. Ma adesso che non siamo più in pochi ad avere la percezione della china discendente intrapresa dal nostro Paese, ora che sappiamo quali sono i difetti e dunque quali potrebbero essere i rimedi, non possiamo più fare gli struzzi. Chi ha retto le sorti dell’Italia dal 1994 ha fallito clamorosamente, ed è doveroso che si faccia da parte. Ed è giunto il momento di aprire il cantiere della Terza Repubblica.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario