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Public Policy

Istituzioni contro agenzie

Rating, nè dio nè demonio

E' inutile creare una nuova agenzia controllata dai governi europei

di Davide Giacalone - 18 gennaio 2012

Le agenzie di rating sono state divinizzare, ora non c’è bisogno di demonizzarle. Venno prese per quel che sono, vale a dire soggetti che operano nel mercato, portatrici d’interessi, non di scienza e preveggenza. L’Unione europea si è dotata dell’Esma (European Securities and Markets Authority), che ha compiti di vigilanza anche sull’operato delle agenzie. Giustamente la Consob italiana ha chiesto di sapere se c’è vita, in quel pianeta, e se si può consentire ciò che somiglia alla manipolazione del mercato. La reazione sbagliata è quella di credere sia utile creare una nuova agenzia, controllata dai governi europei. Come dire: compiamoci l’arbitro. Qui di seguito il perché tale discussione è oziosa. L’arbitro è venduto, questo è sicuro.

Solo che noi lo scrivevamo nel 2008, come al solito molestati dai maestrini senza idee. Ci dicevano: così è il mercato, le agenzie servono. Rispondevamo: ditelo a quelli che misero soldi in Parmalat, o in Lehman Brothers, o nella Enron, date per sane e forti, dalle mitiche agenzie, e crollate miseramente subito dopo. Quelle società hanno alcuni difettucci: a. sono in totale conflitto d’interesse; b. prendono sfondoni colossali; c. non sono in reale concorrenza, perché si muovono come un gregge, copiandosi i compiti da un banco all’altro; d. non pagano per gli errori che commettono. Dal punto di vista del mercato la soluzione è semplice: impedire che a fare le previsioni del tempo sia il venditore d’ombrelli, o, almeno, chiarire a tutti quali sono i suoi interessi. Se poi gli credono, son problemi dei boccaloni. Seconda parte della soluzione, lo ha ricordato Giuseppe Vegas, presidente della Consob: togliere ogni obbligo degli investitori a conformarsi ai rating decisi da altri. Oltre a essere masochismo finisce con il deresponsabilizzare e vincolare gli investitori istituzionali.

Terzo: paghino per le indicazioni sbagliate, versando, in percentuale, ad un fondo per il risarcimento dei risparmiatori. Ciò richiede un accordo internazionale, ma non ha nulla a che vedere con il rating sui governi. Andando dal grande al piccolo: 1. Se i governi non sfuggono alla morsa della finanza globalizzata, se non riaffermano la sovranità della legge, sarà la cattiva finanza ad allearsi con i cattivi governi, facendo allo spiedo popoli e mercati. Un giro finanziario pari a settanta volte il pil mondiale non è segno di grande fantasia, ma di profonda malattia. 2. Valutare gli stati come se fossero aziende è una superba bischerata. Il che non significa gli stati possano ignorare le compatibilità di bilancio (questa è la nostra colpa, che scontiamo duramente), ma neanche che la banca d’affari Tizio possa mandarmi, a nome dell’agenzia Caio, un ragioniere nelle cui mani mettere il governo. 3. Il madornale errore europeo è consistito nell’emettere titoli nazionali del debito pubblico in una valuta straniera, denominata “euro”. Qui si deve risolvere: o si cambia la valuta (la Grecia è a un passo, dopo di che il nostro problema cambia radicalmente e salta tutto), o si cambia emittente.

Sono un europeista, quindi continuo a sostenere la seconda cosa, in assenza della quale, però, vale la prima. 4. Quando incontrate un politico, un giornalista, un sapientone che parla (o parlò) di spread, per dire che salgono per colpa dell’avversario e scendono per merito dell’amico, chiaritegli sinteticamente e, nei limiti del possibile, urbanamente, cosa è lecito pensare di lui. L’odierna sollevazione istituzionale contro le agenzie, contro i tre cavalieri del declassamento, è, al tempo stesso, tardiva e stonata. Tardiva perché è tutto noto (e scritto) da anni. Stonata perché la sberla collettiva di venerdì scorso è irrilevante. Anzi, generosa. Perché nelle condizioni date, con questi tassi, con questo euro e con la recessione in corso, il debito è in-so-ste-ni-bi-le. Se le agenzie avessero un pizzico d’onore (non contateci, sempre arbitro venduto sono) dovrebbero aggiungere: il che travolgerà anche la Germania. Lo diranno, come al solito, dopo che sarà successo.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario