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Public Policy

Quando l’approfondimento diventa spettacolo

Rai, servizio pubblico addio

Il dibattito sulla privatizzazione rispecchia il sistema politico in declino

di Paolo Bozzacchi - 19 ottobre 2005

Celentano fa dimettere i politici? Vespa risponde con la dieta a zona. L’acceso dibattito intorno alla nuova trasmissione del cantante (è bene ricordarlo) milanese esige una riflessione sul “chi fa cosa” alla Rai e soprattutto su dove sia finito, in Italia, il servizio pubblico.

Le trasmissioni di intrattenimento e satira stanno sostituendo nei contenuti quelle di approfondimento politico, e viceversa.
E’ il caso di “Rockpolitik”, al via domani sera, che ha scatenato ancor prima di cominciare le ire del panorama politico per alcune scelte editoriali, provocando per ingombranza mediatica l’autosospensione della conduttrice della trasmissione politica “Alice”, Anna La Rosa, e favorendo, sebbene in modo indiretto, le dimissioni dal parlamento europeo di Michele Santoro, ospite della prima serata. Ma Adriano Celentano non è quello che cantava “Il ragazzo della Via Gluck”? E soprattutto, non starà mica percorrendo la strada che da uomo di spettacolo lo sta portando dritto dritto in Parlamento?

Dopo il “caso” Raiot e la sospensione politica della trasmissione di Sabina Guzzanti (arrivato anche nelle sale cinematografiche con il film-documentario “Viva Zapatero”), ogni occasione è comunque buona per fare di un programma di intrattenimento libero da condizionamenti politici un luogo di rivendicazione politica della battaglia per la libertà di espressione e di satira.

Allo stesso tempo in nome dell’audience la “terza camera del Parlamento”, dove Vespa è padrone di casa, per tenere distanti gli ascolti della concorrenza di Mentana è costretta sovente a preferire temi di intrattenimento (diete, chirurgia estetica, fatti di cronaca nera), piuttosto che quelli legati alla stretta attualità politica.

La Rai ha di fatto preso a modello la cultura aziendale di Mediaset, che per esigenze di bilancio è costretta a fare i conti con gli introiti pubblicitari e con i numeri dell’Auditel per competere con successo sul mercato. Peccato che la Tv di Stato rimanga ancora pubblica, e per definizione tenuta a fornire un servizio che giustifichi la raccolta del canone e favorisca la diffusione dell’informazione nel paese.

Per ragionare sulla Rai “snaturata” e sullo scambio di ruoli tra i programmi, è opportuno sgombrare anzitutto il campo delle responsabilità dal fantasma che aleggia su tutti gli approfondimenti del tema informazione in Italia: quello di Silvio Berlusconi.
Il premier ha avuto il merito di creare a suo tempo la Tv commerciale italiana, ma per questo non può essere considerato responsabile del continuo inseguire della Rai nei confronti di Mediaset, sia in termini di scelta dei programmi, che soprattutto riguardo ai metodi di giudizio usati in Rai sulla qualità delle trasmissioni di Viale Mazzini, del tutto numerico-statistici. Ma senza personalizzare lo scontro, occorre comunque attribuire la responsabilità delle condizioni in cui versa la Rai al sistema politico, che è peggiorato nel tempo e ha fatto scadere anche la televisione. Non viceversa!

Decenni di lottizzazione hanno fatto sì che quest’ultima si diffondesse anche ai livelli più bassi della catena produttiva (perfino ai cameraman!). Questo lento processo ha reso ancora più complessa l’applicazione di un sano meccanismo di spoil system dei vertici di Viale Mazzini, troppo collegati alle forze politiche di riferimento.

Se il problema della Tv pubblica è tutto politico, è in modo politico, forse, che andrebbe risolto. Il quadro d’insieme è abbastanza chiaro e il servizio pubblico un ricordo lontano. Perciò che l’inseguimento di Mediaset abbia fine, e che la Rai venga privatizzata quanto prima.

Gli ostacoli pratici al processo di privatizzazione, comunque, non mancherebbero: primo fra tutti l’assenza macroscopica di conti profitti/perdite delle diverse aree aziendali. Una volta censiti e valutati questi ultimi, la privatizzazione potrebbe quindi essere attuata in modo settoriale, e riservata a quelle aree che hanno potenzialità spiccate di crescita e di competitività sul mercato.

Ma tutto dipende dalle scelte di una classe politica, incapace di scelte lungimiranti se costose in termini di consenso. Fino a oggi quest’ultime sono mancate sia al centrosinistra (causa ideologia), che al centrodestra (causa conflitto di interessi). Attendiamo con ansia proposte costruttive inserite nei programmi politici in vista delle prossime elezioni politiche.

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