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L’Italia chiede laureati in facoltà scientifiche

Ragazzi, fatevi un favore

Con la riforma, le università si sono trasformate in distributori automatici di attestati

di Enrico Cisnetto - 26 agosto 2006

Cari studenti, fate la scelta giusta. Ora che sono finiti gli esami di maturità – purtroppo con la percentuale bulgara del 97% dei promossi, un comportamento lassista che svaluta i diplomi – proprio in questo periodo di vacanze la maggior parte dei ragazzi italiani e le loro famiglie sono di fronte all’amletico dubbio di quale facoltà scegliere. E anche se rimaniamo uno dei paesi europei con meno laureati, appena il 10% di chi è in età da lavoro, il numero di iscritti all’università è in continuo aumento, in media del 9% in più negli ultimi anni. Tutto è partito dalla famosa riforma Berlinguer, quella delle lauree triennali: era stata proposta per svecchiare un sistema universitario che si diceva essere destinato a pochi, e a dare agli atenei maggiore autonomia. Ebbene, è vero che oggi più ragazzi proseguono gli studi dopo le superiori, ma è anche vero che tutto ciò si è risolto in un ulteriore accentuazione del già grave squilibrio delle iscrizioni a favore dei corsi umanistici rispetto a quelli scientifici: secondo l’Istat, le matricole di Ingegneria sono il 12%, quelle di facoltà economico-statistiche il 14% mentre Lettere, Lingue e Scienze sociali assommano ben il 28%. In meno di vent’anni siamo passati da 28 a 7 mila matricole nelle aree tecnico-scientifiche, mentre possediamo un numero di Politecnici o di istituti di alta formazione che si contano sulle dita di una mano. E stiamo parlando di matricole, perché il numero dei nostri laureati provenienti dalle facoltà scientifiche è addirittura irrisorio, mentre abbiamo un esercito di 70 mila scienziati della comunicazione pronti a fare i disoccupati di lusso.
Insomma, con la riforma e la “devolution degli atenei”, le Università italiane si sono trasformate in distributori automatici di attestati, hanno attivato un florilegio di corsi dai nomi improbabili (con conseguente moltiplicazione delle cattedre), hanno “laureato l’esperienza” attribuendo crediti a destra e a manca, e persino si sono messe ad ingaggiare personaggi famosi per utilizzarli come “testimonial”. Tutto questo con l’obiettivo di accaparrarsi il maggior numero di iscritti, e quindi di risorse economiche. Che tristezza.
E pensare che la scuola e l’università – cui è collegata la ricerca – sono decisive per la competitività internazionale di un paese. Ma noi nella scuola spendiamo, per studente, più della media Ocse solo a causa dell’alto numero di insegnanti, mentre il dato si capovolge all’università, perchè il finanziamento del sistema educativo decresce man mano che sale di livello. Eppure in Italia c’è bisogno di ingegneri, informatici, chimici e fisici: l’ultima indagine Unioncamere conferma che il profilo-modello che cercano le aziende è quello di un laureato in economia (per il 33% dei casi), ingegneria (24%) o chimica-farmaceutica (17%). Insieme, questi tre settori assommano quasi i tre quarti dei posti di lavoro (anche a tempo indeterminato) offerti. Invece, tutti umanisti. E per di più ignoranti. Così, anche se il 74% dei laureati trova lavoro tre anni dopo il dottorato, molti di loro si devono accontentare di impieghi-ripiego.
E allora, ragazzi, fatevi un favore: scegliete la facoltà giusta. Faticherete un po’ di più, ma aiuterete sia voi stessi che il nostro capitalismo, che di giovani qualificati ha davvero bisogno.

Pubblicato sul Messaggero del 20 agosto 2006

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