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I dilemmi della sinistra italiana

Quo Vadis sinistra?

A sinistra decidano cosa vogliono fare da grandi. E se tenersi la Seconda Repubblica

di Elio Di Caprio - 23 marzo 2007

Qualcosa si muove a sinistra (in ritardo come sempre) se un regista come Marco Belloccio, noto per una serie di film scomodi e dissacranti, a partire dagli esordi dei “Pugni in tasca” degli anni "70 ora annuncia un film sulla moglie segreta di Mussolini, Ida Dalser, dal titolo quasi nostalgico come “Vincere”. Il regista arriva a dire, tra l"altro, in un"intervista promozionale al Corriere della Sera sul film in lavorazione che “il Mussolini storico ebbe un consenso straordinario e la gran parte dell"Italia si specchiò in lui. Fu calcolatore e pronto a passare sui cadaveri, ma la gente lo adorava”. Cosa non si fa per restare nel giro e vendere al meglio i propri prodotti con l"alibi di un giudizio storico distaccato.

Ma poi per rendere credibile l"obbiettività del suo inopinato giudizio storico, il vecchio contestatore Bellocchio si precipita a sottolineare una mai smentita identità di sinistra, criticando e contestando il “cupio dissolvi” degli ex comunisti che ora sarebbero pronti ad accordarsi con i cattolici ruiniani come la Binetti per confluire insieme in un indistinto partito democratico senza radici. Dove vogliono arrivare gli ex comunisti tra pentimenti, riconsiderazioni e prese di distanza? E dove e come possono ritrovare le loro radici? La giornalista Miriam Mafai aveva già preso atto qualche mese fa che il comunismo è morto, riconoscendo impietosamente che quello che Marx aveva chiamato “il fantasma che si aggira per l"Europa” si è rifugiato ormai nell"isola di Cuba, in qualche sperduta landa dell"America Latina e nella Corea del Nord, non fa più paura a nessuno (ma ha dimenticato gli anatemi anticomunisti di Berlusconi). Secondo Mafai non si tratta ora che di dare onorevole sepoltura a quella che è stata una risposta fallimentare alla modernità.

Non tutti la pensano in maniera così lucida e disincantata se poi alla sinistra dei DS trova ancora ampio spazio una rappresentanza movimentista niente affatto disposta ad abiurare il vecchio credo sia pure adattandolo a circostanze storiche diverse. Abbiamo un presidente della Camera come Fausto Bertinotti che ancora crede alla rifondazione comunista, non si sente affatto sconfitto dalla modernità, contorce cose, concetti e personaggi (meglio Gandhi di Marx) pur di non ammettere che è finita, nei fatti e nell"immaginario collettivo, la speranza di una palingenesi rivoluzionaria.

Secondo Bellocchio gli ex comunisti sarebbero come gli ex fascisti del dopoguerra, frastornati, sfiduciati, qualunquisti, rassegnati a non credere in nulla. Ma c"è molto di più nell"amarezza degli ex comunisti. Sono dovuti passare dal mito e dalle speranze rivoluzionarie al grigio riformismo dei passaggi intermedi e graduali, costretti ad accettare il quadro comune dello sviluppo capitalistico di tipo occidentale prima contestato a priori per decenni. In effetti quando parliamo di crisi della casse dirigente di questo improvvisato bipolarismo di transizione, giocato sul fronte dei no contrapposti, non possiamo fare a meno di considerare quanto abbiano pesato e pesino ancora gli abbagli ed i pregiudizi disseminati dagli ex comunisti pur di mantenere una certa presa egemonica sulla cultura italiana.

Le conseguenze si vedono ancora oggi nelle acrobazie di chi conduce la nostra attuale politica estera, nelle tortuose e difficili prese di distanza dei DS dal radicalismo di sinistra, nella pretesa a rappresentare la causa giusta, sempre e comunque. Altrimenti non ci spiegheremmo tutti i malumori che accompagnano la creazione di un partito democratico di centro-sinistra che dovrebbe inglobare i DS escludendo le ali estreme.

Poco possono fare oggi i revisionisti o i pentiti come Bellocchio e Mafai dopo aver pienamente contribuito a suo tempo a creare quella mentalità collettiva che solo ora scoprono antimoderna e da cui vogliono tardivamente prendere le distanze. Il loro “nuovo” socialismo riformista deve fare i conti con le identità parentali che essi stessi hanno per anni consolidato e incoraggiato: è il loro dramma politico. Non possono far finta che non esista una consistente propensione movimentista alla loro sinistra che cerca rappresentanza. Fausto Bertinotti ha buon gioco a scrivere l"ennesimo saggio su “La città degli uomini” che deve andare avanti non con la violenza, bensì con la mediazione ed il consenso, riscoprendo i temi universali dell"ambientalismo, ma è difficile per i suoi seguaci voltar pagina ed agire senza i riflessi condizionati coltivati per anni, dall"antiamericanismo all"anticapitalismo che ora è diventato più che mai globale.

I nodi irrisolti vengono al pettine, ma nessuno si aspettava che nel passaggio cruciale dall"opposizione al governo l"intera sinistra mettesse allo scoperto l"inadeguatezza della sua classe dirigente. Il comunismo è passato e, come dice Mafai, va finalmente sepolto. Quello che è mancato e ancora manca è però un"elaborazione culturale adeguata e conseguente che si svolga a tutto campo, dalla politica estera a quella sociale ed economica. Ci sarà mai? Con quali speranze potrà mai venire alla luce a questo punto il futuribile partito democratico di sinistra destinato a rendere più equilibrata l"alternanza bipolare?

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