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La corsa all'Agcom

Quintarelli for president

Un colpo di spugna sulle guerre del passato

di Davide Giacalone - 17 maggio 2012

Il consiglio di Stato ha stabilito che i vertici dell’Agcom (autorità di garanzia per le comunicazioni), scaduti, possono restare in sella per ulteriori sessanta giorni. Il governo avrebbe dovuto sostituirli puntualmente e, comunque, quelle nomine vanno fatte. Il presidente del Consiglio, udito il ministro dello sviluppo economico, deve segnalare al presidente della Repubblica (quant’è tortuoso, il nostro sistema!) il nominativo del nuovo presidente. In questi giorni un nome ha raccolto interesse e consensi, fuori dai palazzi, quello di Stefano Quintarelli. Sarebbe una scelta ottima. E promettente. Conosco Quintarelli ma non gli sono amico più di tanto, forse ci leggiamo (almeno io leggo lui), ma non ci frequentiamo molto. Sono amico dell’Italia, però, e vederlo all’Agcom sarebbe la dimostrazione che il merito, la preparazione e l’equilibrio valgono ancora qualche cosa. Sarebbe anche un modo per evitare che le autorità (così dette) indipendenti siano pascolo esclusivo del mandarinato dei consiglieri di Stato, dei professori che sconoscono il mercato e dei perdenti (alias trombati) cui non s’è trovata altra collazione. Quando m’è capitato di scrivere di frequenze e di concessioni televisive, o di questioni relative al canone Rai, di solito mettevo nero su bianco tesi eretiche, che poi si dimostravano esatte (figuraccia della Rai, con le teorie sul canone dovuto per tutti gli apparecchi “atti o adattabili” alla ricezione della televisione, sonoramente smentite dal governo), questo non è avvenuto in virtù di arti divinatorie, ma perché ho una qualche idea di quel che sostengo. Sarebbe bello vedere che uno come Quintarelli, che sa bene quel che sostiene, possa dedicarsi al futuro del nostro mercato delle comunicazioni, senza continuare un’inutile guerra per regolare i conti del passato.

Detto questo, però, proprio perché spero che sia nominato, metto in guardia sul lato negativo del suo sorgere “dal basso”, indicando quella che, invece, sarebbe una strada virtuosa. Quelle autorità sono preposte non al governo del settore, che è compito politico, quindi sottoposto alle regole della democrazia, ma alla sua regolazione quotidiana, nel rispetto delle leggi, il che comporta competenza e indipendenza. Chiedere i curricula a chiunque pensi di potersi cimentare (come ha fatto il governo), o raccogliere le firme per il sostegno a una candidatura, ove non ci si candida (come si è fatto con Quintarelli), non è un buon modo di procedere. La responsabilità della scelta cade sul governo, quindi deve dipendere dalla conoscenza del soggetto, non da una specie di concorso a titoli, sorretto da manifestazioni di giubilo digitale. Nel caso di Quintarelli va tutto bene, ma occhio ai precedenti.

Esemplare, invece, l’idea di far esporre al nominando quale sarà la sua linea d’azione, quali le sue idee. Quintarelli lo ha fatto, si dovrebbe codificarlo. Sulla base di proposizioni concrete si possono fare scelte razionali, mentre oggi, ad esempio, quando le commissioni parlamentari sono chiamate ad esprimere un parere su questa o quella nomina lo fanno senza sentire i diretti interessati, con il risultato che ciascuno vota per mera simpatia, o per ragioni di schieramento, talora dando luogo a scene grottesche, ovvero attribuendo al forzosamente silente posizioni o opinioni che quello non si sogna di coltivare. Un bel programma scritto, invece, è la sana premessa della trasparenza e della razionalità. Può darsi siano in diversi a potere legittimamente aspirare a quel posto (al momento non ne ricordo i nomi), ma dopo le deludenti esperienze del passato, dopo la nomina di commissari tutti interni alla più misera logica spartitoria, quella di Quintarelli è la scelta che offre il destro ad un sorriso d’ottimismo. Suvvia, professor Monti, ci lasci un po’ di delizia e lasci a piagnucolare i seguaci dell’abecedario.

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