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Dopo l’intervista di Pietro Modiano

Questione di declino strutturale

Il banchiere del Sanpaolo è troppo ottimista sia sull’economia che sul governo

di Enrico Cisnetto - 18 agosto 2006

Ho troppa stima per Pietro Modiano, che considero il più “politico” tra i banchieri italiani, per pensare che la sua intervista uscita di ieri al Corriere non sia conseguenza di un colpo di sole estivo. Altrimenti non si spiega – salvo credere ad una qualche captatio benevolentiae per ragioni d’ufficio nei confronti dell’attuale governo (Mps? Intesa?) – perché abbia beneficiato Prodi di un giudizio positivo, visto che nemmeno i suoi alleati lo fanno, ma soprattutto perché assolva l’esperienza nefasta del bipolarismo “sia pure all’italiana, che sta cominciando a funzionare” (sic) contrapponendola a quella che (purtroppo) non abbia ancora fatto della Grande Coalizione alla tedesca. Il tutto sul presupposto (infondato) che la maggioranza c’è e dunque il governo governi. E in nome di una ripresa economica che, come ha giustamente detto il ministro Padoa-Schioppa, è una rondine che non fa primavera, altro che asse su cui costruire il futuro. Eppure quella espressa dal banchiere del Sanpaolo – che peraltro dice cose sacrosante sui limiti del mercato e sulla distinzione tra statalismo (ferrovecchio) e interesse pubblico (non sufficientemente perseguito) – sembra essere la tesi che più va di moda. Visto che le entrate dello Stato vanno insperabilmente meglio, e i dati del pil nel secondo trimestre fanno sperare in un consuntivo a fine d’anno almeno dell’1,5%, i teorici della negazione del declino – incapaci di distinguere tra l’andamento congiunturale dell’economia e la sua dimensione strutturale, e soprattutto di capire che una buona congiuntura può perfettamente convivere con una decadenza di fondo – fremono di gioia, nell’inutile tentativo di dimostrare o che Berlusconi aveva ragione (destra populista), o che non c’è alcun bisogno di rigore, né sul fronte della finanza pubblica né nella contrattazione privata (sinistra massimalista). A nulla valgono i richiami a leggere con un po’ di obiettività tutti quei dati, o a guardarli all’interno del contesto mondiale. Che, tanto per cominciare, ci vede crescere del 57% in meno rispetto agli Stati Uniti, del 50% rispetto alla Francia, del 29% rispetto alle ultime stime della Germania e del 35% in meno sull’intera Eurolandia. Tanto ci dovrebbe bastare per osservare che il vecchio detto secondo il quale quando in Europa le cose vanno bene, a noi vanno un po’ meno bene, e quando vanno male a noi vanno un po’ peggio funziona ancora a meraviglia. Se poi si evitasse di credere che l’Europa sta meglio degli Stati Uniti solo perché la crescita dell’ultimo trimestre è stata maggiore, non faremmo inutili fantasie (si legga Alberto Quadrio Curzio sul Sole di ieri per rimettere i piedi per terra). Anche perchè non c’è proprio nulla da rallegrarsi della frenata americana, visto che tutti gli analisti pensano che tanto la crescita asiatica quanto soprattutto la ripresa europea siano trainate dalle esportazioni, in particolare verso gli Usa. Ora io non credo che gli Usa rischino né la stagflazione né la recessione, se non come fenomeno momentaneo, ma certo il loro rallentamento ci dimostrerà di che pasta sono fatte la ripresa europea e italiana.
Moda nella moda è anche dire che il nostro apparato industriale ha cambiato pelle. Ora questo è vero in misura molto parziale, e il rapporto Mediobanca cui i “ripresisti” fanno spesso riferimento lo dimostra: in esso si parla sì di crescita consistente dei profitti, ma si avverte anche che i 6,4 miliardi realizzati in più nel 2005 riguardano solo le componenti di reddito finanziarie o straordinarie. E infatti il margine operativo lordo delle aziende censite è diminuito di 300 milioni, mentre la crescita del 7,4% del fatturato è sovrastimata dal risultato del comparto energetico (+25%), e scende del 2,2% la competitività misurata sui margini. Mentre a coloro che festeggiano la ripresa dell’export bisognerebbe rispondere con il rapporto Ice-Istat, che nota impietosamente come il made in Italy, pur rialzando la testa, non sia stato in grado di sfruttare adeguatamente le opportunità offerte dalla rilevante espansione del commercio internazionale, a causa della perdita di competitività dei nostri prodotti. Insomma, il capitalismo italiano sta sì mutando pelle, ma lo sta facendo con almeno 15 anni di ritardo rispetto a un commercio globale che ha fatto molta strada senza di noi, e solo in taluni comparti (prima di tutto la meccanica). E la colpa principale è proprio di quel sistema politico-decisionale di cui il buon Modiano si è fatto inatteso paladino.

Publicato sul Foglio del 18 agosto 2006

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario