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Cosa farà Zuccoli ora che non c’è più Capra

Quello strano innesto dell’A2A

Un matrimonio capriccioso trasformatosi in un inferno. Un “moloch” che non ha funzionato

di Enrico Cisnetto - 08 giugno 2009

Chi ha voluto leggere come uno scontro di campanile o, peggio, come l’ennesima bega politica, la guerra scoppiata dentro il fiore all’occhiello delle utility nazionali, quell’A2A nata dalla fusione tra la milanese Aem e la bresciana Asm – guerra che si è consumata tra il presidente del consiglio di sorveglianza Renzo Capra e quello del consiglio di gestione Giuliano Zuccoli, complice una mozione di sfiducia dei soci di maggioranza (55%), i Comuni di Milano e Brescia, e un’ordinanza di Tribunale – sbaglia di grosso. Per almeno quattro motivi: uno che rende la cosa più banale di quello che è apparsa, e tre che la rendono invece ben più seria.

Il primo riguarda la malinconica uscita di scena Capra. “La politica mi caccia”, è stato il suo lamento. Che fa un po’ sorridere, da parte di un ottuagenario che ha fatto bene il suo mestiere ma per decenni è stato il simbolo del potere democristiano a Brescia. Ora, quando portò Asm ricca e potente a impalmare una Aem indebitata, Capra avrebbe dovuto considerare conclusa la sua lunga carriera. Invece ha fatto i capricci, trasformando questo anno e mezzo di matrimonio in un inferno, e dunque la sua traumatica defenestrazione è stata l’inevitabile conseguenza dell’aver scambiato l’azienda per casa sua.

Ma veniamo alle tre questioni “serie”. La prima: il ruolo della politica. Basta gridare allo scandalo: i Comuni non sono certo degli “abusivi”, ma pur sempre i principali azionisti di società come A2A. Si può discutere se sia un bene o meno che le utility siano public – e ci sono ragioni per entrambe le tesi – ma nel momento in cui lo sono, è solo qualunquistica anti-politica dipingere le scelte delle civiche amministrazioni come soprusi da “casta”. Quando sbagliano è giusto sottolinearlo – come Genova con Torino per le nozze tra l’emiliana Enìa e la ligur-piemontese Iride, caratterizzata da infiniti battibecchi – ma non sulla base di una “presunzione di ingerenza” che ci sarebbe sempre e comunque. Semmai, quello su cui si dovrebbe riflettere – e siamo alla seconda questione “seria” – è il “moloch” creato dal doppio livello di governance, il famigerato “duale”, preso di peso da altre latitudini dove, come nella Germania della co-gestione, serve a migliorare la rappresentanza eliminando i vari patti parasociali.

Da noi questo strano innesto o non ha funzionato – Mediobanca ha fatto subito marcia indietro – o ha generato frutti non commestibili, proprio come in A2A, dove Capra era inopinatamente convinto di dover fare “opposizione” al “governo Zuccoli”. Il quale, in quest’anno e mezzo vissuto a difendersi dall’ostruzionismo del “supervisory board”, ha fatto miracoli, come ha rionosciuto Giovanni Leonardi, il ceo della svizzera Alpiq, azionista al 5% di A2A. Un appoggio che servirà a Zuccoli – e siamo alla questione più “seria” di tutte – nel combattere la vera battaglia strategica della utility lombarda: rivedere l’alleanza con Edf in Edison, della cui gestione in A2A sono fondatamente insoddisfatti, e nello stesso tempo trovar posto a quel “tavolo del nucleare made in Italy” dove i francesi si sono già seduti. Zuccoli ha in mano il 51% (Delmi) del 50% (Transalpina) del 61,28% di Edison (l’altra metà è di Edf, che in più ha il 19,3% diretto), ma non ha mai ottenuto uno straccio di sinergia industriale che giustifichi il suo massiccio investimento. E, ora, senza Capra, saranno cavoli di Quadrino.

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