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Felix Viera, dissidente, racconta la prigionia

Quella sinistra malata di “castroenterite”

A Cuba si continua a morire nelle Umap. Ma in Italia c’è chi ancora difende Fidel Castro

di Davide Giacalone - 07 dicembre 2005

El trabajo os hará hombres. Il lavoro vi farà uomini. Arbeit macht frei. Il lavoro rende liberi. Quel che è scritto in tedesco si poteva leggerlo all’ingresso dei campi di concentramento nazisti. Quel che è scritto in spagnolo all’ingresso di quelli castristi, a Cuba. Ed è anche il titolo del libro (Cargo) che Félix Luis Viera dedica all’universo concentrazionario caraibico. Sa di cosa parla, perché c’è passato.

Ah, sento di già la voce, vibrante di scandalo, che si leva a denunciare un tale accostamento. Ma è la voce di chi non ha occhi, non ha coscienza e conoscenza, non ha cuore. La voce di chi manca di tutti i sensi utili a comprendere che ovunque gli uomini sono ridotti in schiavitù, ovunque la libertà è negata, lì accorrono gli uomini che sono tali, ed i liberi che sono tali, senza accettare che si passi per i campi di concentramento. Perché questo sono le cubane Umap, le “Unità militari di aiuto alla produzione”. Campi di concentramento.

In quei campi sono stati rinchiusi, umiliati, offesi, torturati e condotti a morte uomini che avevano la colpa di essere omosessuali, o fedeli delle varie cristianità (dai testimoni di Geova agli avventisti del settimo giorno), o poeti, liberi pensatori, o, ancora, solamente gente che amava godersi la vita, senza nessuno offendere, ma anche senza genuflettersi al dittatore, al comandante in capo, al signor Fidel Castro ed a suo fratello Raul.

Cosa vi ricordano, del resto questi concetti? Scritti da Carlos Alberto Montaner, cubano costretto all’esilio: “Severità, cattive maniere a parole e coi fatti, dileggio, teste rasate, lavoro dall’alba al tramonto, amaca, pavimento di terra, cibo scarso e nauseabondo: questo era lo scenario della Umap”. E’ la descrizione del Gulag sovietico e, del resto, erano sovietici i “consulenti” di Castro. Solo che al posto della morte ghiacciata qui è presente la morte squagliata, il brivido torrido al posto del brivido gelido, le punizioni inflitte con corpi legati al sole, arsi dai raggi e divorati dalle zanzare.

Félix Luis Viera ha atteso molti anni, quasi trenta, prima di scrivere questo libro. Nel mentre, in Messico, lontano da Cuba, altri versi ed altre pagine uscivano dalla sua penna, l’esperienza nel campo di concentramento maturava, covava, cercava il suo posto nella storia di un uomo e di un Paese. Lo scrittore non voleva che fosse solo un lamento, studiava il modo di raccontare, maturava la capacità di farlo. Perché qualcuno doveva raccontare.

Lo aveva già fatto Reinaldo Arenas, ma questo libro è, per la prima volta, tutto interno alle Umap. Per la prima volta ci è restituita l’allucinazione orwelliana delle parole che tradiscono il loro opposto significato: “Annunciarono che eravamo nella fattoria La Libertad e che bisognava rispettare i piani di produzione, perché così avremmo soddisfatto le necessità del nostro popolo entusiasta e lavoratore”.

C’è una pagina, costruita in un immaginario dialogo con la madre. La madre che non smetteva di piangere e che non avrebbe rivisto il figlio. La madre che aveva ascoltato il discorso dell’ideologo di quartiere, e scrive al figlio: “Stalin Cómez ha fatto un discorso: una specie di radiografia del fascismo. Di colpo, ho visto l’isolato sotto tutt’altra luce, figlio mio: in varie parti del discorso sembrava che Stalin Cómez parlasse del nostro paese. Ha detto che il fascismo odiava le minoranze di ogni tipo, che era intollerante con quelli che la pensavano diversamente, e che li umiliava e li distruggeva; ha detto che il fascismo considerava storici tutti i suoi avversari e, pertanto, nei suoi piani non prendeva in considerazione né ammetteva che i suoi nemici potessero cambiare. E allora? Non sono minoranze la banda di froci, religiosi, bevitori, marchettari, fannulloni e piloti che sono lì con te?”. Non lo sa, quella madre, che in questa parte del mondo, in queste terre dove la gente vive libera e può dire quel che vuole, è considerato sacrilegio dire che Fidel Castro sembra proprio un fascista. Non lo sa.

Qui si è affetti da una malattia che Guillermo Cabrera Infante (lo ricorda Guido Vitello nella postfazione) aveva chiamato “castroenterite”: “malattia del corpo (ti rende schiavo) e dell’essere (ti rende servile), che soffrono indigeni e stranieri – alcuni di questi ultimi con una curiosa allegria”.

Concluso il libro, l’autore ha voluto corredarlo con una intervista “rubata”. E’ andato a trovare uno dei militari che avevano svolto il ruolo di aguzzino, gli ha detto di essere stato mandato dal partito, in via del tutto riservata, affinché si raccolga la memoria delle Umap, in modo da contrastare la propaganda anticomunista degli americani. L’altro ha abboccato e, dopo avere esposto il suo convincimento che, grazie a Castro, il comunismo porterà il benessere a Cuba, argomenta e giustifica le sue azioni esattamente come fecero i nazisti a Norimberga: eseguivo degli ordini. Solo che, non essendo sotto processo, aggiunge: e quegli ordini erano giusti. Neanche i nazisti lo sostennero, anche se è corretto aggiungere che erano agevolati dall’avere assistito al crollo del nazismo.

Di recente Massimo D’Alema ha detto che Castro è divenuto “un ostacolo”, per l’avvenire di Cuba. E’ giusto porre attenzione ai piccoli cambiamenti, ed incoraggiare l’evoluzione dei giudizi. Però, ecco, come dire, è un tantinello pochino tacciar d’“ostacolo” un signore che nega ogni libertà, affama il popolo, ne fucila i giovani che provano ad andarsene, incarcera i dissidenti, tortura quelli più coraggiosi, conduce ai lavori forzati omosessuali e poeti. Ancora uno sforzino, suvvia, tanto fra poco muore, ed almeno coloro i quali furono dalla sua parte, anche in Italia, potranno dire di essersene accorti per tempo. Con soli quaranta anni di ritardo.

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