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Public Policy

L’ingovernabilità non si deve al proporzionale

Quella nefasta combinazione

Il residuo bipolarismo della nuova legge elettorale avvelena la politica italiana

di Donato Speroni - 15 febbraio 2006

“Chiunque vinca l’ingovernabilità è assicurata”. Comincia così l’articolo di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di martedì 14. Non si può che essere d’accordo. Ma la ragione dell’ingovernabilità, sintetizzata nel titolo, sarebbe che “E’ tutta colpa del proporzionale”. Giustamente il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, sempre sul Corriere, ha risposto citando il caso tedesco nel quale il sistema elettorale proporzionale non ha avuto questi esiti.

Casini poi non ha resistito alla tentazione di fare un po’ di propaganda. Ha accusato Romano Prodi di raccogliere partiti con idee diverse anziché operare un taglio a sinistra come ha fatto Gerhard Schroeder, che in Germania preferì la Grande Coalizione all’alleanza con Oskar Lafontaine. In realtà la destra non è da meno quando mantiene l’alleanza con la Lega o con gruppuscoli parafascisti, perché la nuova legge elettorale che Casini difende porta a queste conseguenze.

La causa vera dell’ingovernabilità italiana, infatti, non sta nel sistema proporzionale, quanto piuttosto nel residuo di bipolarismo che la legge ha voluto mantenere prevedendo un premio alla coalizione vincente, a livello nazionale alla Camera e in ciascuna Regione al Senato. Il “combinato disposto” del proporzionale col premio di maggioranza fa sì che ogni partito, pur facendo parte di una coalizione che aspira almeno al 51% dell’elettorato, marchi le proprie differenze per raggiungere tutte le fasce di votanti, dagli antagonisti ai nazifascisti, dai cattolici integralisti ai “transgender” a seconda dei gusti. Anzi, poiché ai voti della coalizione si aggiungono anche quelli di eventuali partitini che non raggiungeranno comunque la rappresentanza in Parlamento, bisogna anche tener conto dei desiderata di pensionati di sinistra, ambientalisti di destra e via farneticando, indotti a presentarsi e ad aderire alla coalizione dalla promessa di contropartite diverse dai seggi..

Tutti questi partiti e gruppuscoli, per contribuire al premio di maggioranza, devono poi sottoscrivere un programma comune alla coalizione in cui si riconoscono. Un documento necessariamente slavato e generico, ma che basta comunque a scatenare aspri litigi, come già vediamo in questi giorni. Il vero regolamento dei conti interno alle coalizioni è rinviato a dopo le elezioni, ma è anche facile immaginare che chi vincerà farà di tutto per evitare di ritornare nuovamente alle urne. Il nuovo governo preferirà non decidere e tirare a campare piuttosto che fare scelte di rottura.

C’è anche il rischio che la frammentazione dei premi di maggioranza al Senato crei una situazione di paralisi per il diverso orientamento dei due rami del Parlamento: un pericolo che, come segnalato da Andrea Manzella sulla Repubblica, era stato autorevolmente previsto da ben tre ex presidenti della Corte Costituzionale prima dell’approvazione della legge.

Il distacco dal corpo votante è accentuato dal fatto che la mancanza di voti di preferenza ha consegnato totalmente la selezione dei futuri parlamentari alle macchine dei partiti, in un’epoca in cui nei partiti c’è ancor meno democrazia interna di quella che c’era ai tempi della Prima Repubblica. Le elezioni primarie, non regolamentate nel nostro sistema e ampiamente manipolabili, non sono certo sufficienti a garantire il rispetto dei desideri degli elettori.

Infine, il pasticcio istituzionale è aggravato ulteriormente dalla questione devolution: se la riforma voluta dalla Lega dovesse davvero entrare in vigore saremo bloccati su un sistema costituzionale abborracciato che sconvolge gli equilibri tra i poteri; se invece, come è augurabile, la riforma sarà cancellata dal referendum, resterà comunque in vigore l’altra abborracciata riforma voluta a maggioranza dal centrosinistra, che sta già rendendo ingovernabile il rapporto tra Stato e Regioni.

C’è solo da sperare che, passata questa nottata, le forze più responsabili della politica, del sistema delle rappresentanze economiche e della società civile si rendano protagoniste di un’azione comune per cambiare le regole del gioco: un’iniziativa di buon senso per salvare il futuro dell’Italia.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario