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Nuove pallottole, torna la paura

Quel fronte rischioso in Afghanistan

Dopo il tragico attentato della scorsa settimana trema ancora il mondo istituzionale italiano

di Davide Giacalone - 24 settembre 2009

Ancora un attacco armato ed un conflitto a fuoco. Questa volta, in Afghanistan, un nostro militare è stato solo ferito. E’ andata bene. Ma noi siamo tenuti a ragionare tenendo presente che il confine fra la vita e la morte corre in uno spazio assai piccolo. Siamo tenuti a chiederci cosa sarebbe successo, se le cose, questa volta, fossero andate in modo più disgraziato. E’ un tema difficile, ma va affrontato. I talebani sanno di avere un solo modo per vincere: costringere la forza multinazionale al ritiro. E sanno che c’è un solo modo per ottenere il ritiro: stancare, stremare, rendere inspiegabile il sacrifico, puntare sulle debolezze dell’opinine pubblica (che da noi esiste, mentre nel loro mondo è cancellata).

L’Italia, da questo punto di vista, è un anello debole. Sanno tutti che per noi è difficile reggere l’arrivo delle bare. Ed anche questo è un tema terribile, da non scantonare. Non è stata la prima volta, lunedì scorso, che abbiamo osservato un’Italia composta, dignitosa, civile. Che abbiamo visto familiari affranti, ma composti. In lacrime, ma non piagnucolosi. Quel ragazzino che saluta il padre mi fa ancora venire il groppo in gola, ma sento anche che tutti possiamo esserne orgogliosi. Suo padre e sua madre sono stati capaci di crescere un uomo. Anziché le canzonette e le lapidi, per i 150 anni dall’Unità d’Italia, si considerino queste cose, che come poche altre dimostrano il nostro essere Patria e Stato. Saremmo degli ipocriti, però, se non ci accorgessimo che l’Italia istituzionale ha tremato.

Non c’è opposizione politica seria, sulla missione afgana, ma c’è scollamento. L’esibizionista militonto che ha interrotto una cerimonia religiosa, biascicando bestialità su una pace che neanche sa cosa sia, non ha provocato le reazioni che meritava. E vorrei sapere se, almeno, s’è aperto un procedimento penale. I presidi che hanno rifiutato il minuto di silenzio, negando un diritto degli studenti, venendo meno all’essere stipendiati da uno Stato che era in lutto, mancando di qualsiasi senso dell’educazione da impartire, hanno suscitato qualche debole risposta (ottima e tempestiva quella di Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera), poi, però, non è successo nulla. Vorrei sapere: avranno, almeno una nota disciplinare? Posto che li butterei fuori. Tutto questo si vede, c’è chi, dall’Italia, illustra, aggiorna e suggerisce.

E tutto questo ci attira gli attentati, perché un cedimento dell’Italia è più facile, sarebbe rovinoso per il resto della coalizione e noi mettiamo in bella mostra le nostre debolezze. Del resto, il problema non è solo nostro. Il Presidente degli Stati Uniti non sta un attimo zitto, parla in televisione ad ogni ora. Ha portato la guerra nei programmi comici. E non pago di questo (che da noi sarebbe scandaloso), ha anche detto che il popolo statunitense è stanco delle guerre. Mi pare ovvio, non c’è alcuna democrazia che sia mai felice nell’usare le armi, alcun popolo che ami accogliere i cadaveri dei propri figli. Ma così ragionando siamo alla conferenza di Monaco, al via libera a Hitler. In quel caso fu la mancata guerra a costare milioni di morti. Obama può anche gigioneggiare in televisione, ma questi sono tutti segnali che suggeriscono ai talebani: ci siamo, sono quasi cotti, ancora uno sforzo. E’ vero, anzi è ovvio, che la democrazia non s’impone dall’esterno, con le armi, ma dalle nostre parti la democrazia è tornata perché le armi (anglo-americane) hanno cacciato la dittatura. E nell’Europa dell’est la democrazia c’è, avendo sconfitto la dittatura comunista, perché l’Occidente non si è sottratto al confronto militare con l’impero sovietico.

Attenti a giocare con le parole, perché sono segnali che ringalluzziscono i fondamentalisti al governo in Iran, e che scoraggiano chi ci è amico, nell’Islam, a mostrarlo. La politica internazionale è su un crinale pericoloso, con i morsi della crisi economica che sollecitano un egoismo che si millanta sano, ed invece è suicida. E mentre queste cose si discutono, nelle lussuose stanze di governi e Parlamenti, al fronte si muovono i bersagli che, se centrati, servono ad influenzare l’esito dei dibattiti, a spostare gli elettorati. Ripeto: il mondo che ci è nemico ci osserva, ci studia, e se i cittadini hanno dato buona prova di sé, non altrettanto può dirsi di una politica che è corsa a dire “non ci ritiriamo”, dimostrando che il ritiro è stato il primo pensiero. E vale anche per Umberto Bossi, che ha bofonchiato le sue perplessità. Eviti, o s’impunti, se crede. Le mezze parole no, perché pallottole e bombe arrivano intere.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario