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Il tallone d’Achille della politica italiana

Quel che resta dei partiti unici

Il sud necessita di una classe dirigente in grado di governare il presente e schedulare il futuro

di Davide Giacalone - 01 febbraio 2010

Il tallone d’Italia mostra quello d’Achille del bipartitismo. Proclamati due anni fa, i due partiti unici sono decrepiti prima del secondo compleanno. Ma c’è di più, perché le faccende pugliesi possono anche essere lette in una chiave allarmante: altro che le chiacchiere secessioniste e leghiste, l’Italia rischia di spezzarsi, ma sul versante sud.

I due partiti, Pd e Pdl, hanno provato a trattare la Puglia come un problema politico, proponendo candidati portatori di una logica nazionale. Entrambe si sono visti sconfiggere dalle proprie truppe pugliesi. Il risultato è che, per il Pd, le elezioni sono già perse, giacché se Vendola sarà sconfitto lo schieramento cederà una regione, e se Vendola vince sarà la tragedia.

Se Vendola vince in Puglia e Bonino nel Lazio il partito democratico si scioglie dopo trenta secondi, perché ostaggio di soggetti politici estranei. Se perdono, implode. Il Pdl, dal canto suo, in Puglia, è costretto ad inseguire la vittoria, perché farsi battere, la seconda volta, da un Vendola indebolito ed estremizzato, è una tale umiliazione, una tale prova d’inconsistenza politica, da non potere essere rimediata riducendola a questione locale. Per questo Berlusconi avrebbe preferito andare sul sicuro, e non c’è dubbio che Adriana Poli Bortone (che viene da Alleanza Nazionale, non dalla Democrazia Cristiana, ed è stata ministro del governo Berlusconi, non di quello Prodi) avrebbe incassato voti estranei al centro destra.

La permanenza della sua candidatura, in assenza di accordo, indebolisce Rocco Palese, fortemente voluto dal ministro Fitto, e se anche questo riuscisse a spuntarla, che, ovviamente, per il centro destra è l’ipotesi migliore, non di meno si aprirebbe la corsa di tutte le dirigenze locali a volere candidati propri, togliendo al partito centrale il diritto di veto.

Se questo è quel che resta dei “partiti unici”, non è un granché. Anche perché il bipolarismo, quand’è virtuoso, spinge alla moderazione, dato che ci si contende l’elettorato variabile, quello che potrebbe essere da una parte o dall’altra, mentre la versione che stiamo vivendo porta la sinistra a essere in balia degli estremismi, e la destra dei localismi.

Il tutto in un Paese che soffre e che, in sempre più consistenti fasce laterali, è portato a credere che il rimedio stia nel far prevalere il fondamentalismo giustizialista, che impone di non trattare mai e di lottare per l’abbattimento del nemico (ed è la versione sinistra), o che la salvezza stia nella tutela degli interessi locali, quando non direttamente campanilistici, talché ogni ragionamento politico nazionale è da intendersi come un intollerabile cedimento (ed è la versione destra). I moderati, da una parte e dall’altra, rischiano di trovarsi in minoranza.

Anzi, la mia opinione, da anni, è che in questo sistema la maggioranza degli italiani, che è ragionevole e moderata, essendo divisa in due blocchi, finisce con l’essere ostaggio degli scalmanati e degli egoisti, che sono minoranza nel Paese ma forte gruppo di pressione all’interno di ciascun blocco. Dobbiamo rassegnarci, tanto passerà? Non credo sia possibile, perché si avvertono inquietanti scricchiolii, che non arrivano dalla politica, cui si può anche togliere l’audio, ma dalla realtà.

Mi limito ad un esempio. Il governo va in Calabria e promette guerra alla ‘ndrangheta. Emma Marcegaglia, a nome di Confindustria, annuncia che butteranno fuori gli imprenditori che pagano il pizzo. Poi si apre l’anno giudiziario e, con gran pompa e ufficialità, si annuncia che la giustizia s’è squagliata. Ma, allora, io imprenditore, a chi lo denuncio l’estortore? Chi me lo toglie di mezzo? Chi accerta se è un delinquente lui o un calunniatore io? I probi viri di Confindustria? Una commissione ministeriale? Il problema è al sud. Lì lo Stato perde sovranità, e lì le forze politiche perdono capacità di far politica.

Da meridionale, mi sento rimproverare perché non mi curo, periodicamente, di condannare l’antimeridionalismo leghista. Ma è fuffa. Urticante, ma non letale. Semmai, cari meridionali come me, non vi fa impressione sentire il ministro degli interni, Roberto Maroni, leghista da sempre, proclamare la necessità di imporre, al sud, la legge e l’ordine? Egli ha perfettamente ragione, e lo dice con un linguaggio non solo apprezzabile, ma con qualche eco risorgimentale (non la prenda come un’offesa). Mi permetterei, semmai, d’integrare la lista dei bisogni: al sud serve legge, ordine e politica. Nel senso di una classe dirigente capace di governare il presente e indirizzarlo verso un’idea precisa di futuro.

Ecco, la Puglia sta dimostrando a cosa porta il rigetto della politica, e l’incapacità dei leaders nazionali di guidare le proprie forze. Dopo di che, non meravigliatevi se lobbisti e affaristi della sanità diventano l’unica componente realmente bipartisan.

Pubblicato da Libero

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