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Motivo del libro e perché m’hanno ascoltato

Quattrocentomila euro sprecati

Singolare che i fatti narrati non siano finiti all’accurata attenzione delle autorità

di Davide Giacalone - 25 settembre 2006

Ah, ah, ah. Il libro a causa del quale sono stato spiato dagli omini della Telecom, ed inserito nel loro prezioso “archivio Zeta”, è Il Grande Intrigo, che i lettori di Libero possono comodamente comprare al costo di euri tre. Una volta compratolo possono leggerlo, ed alla fine ne sapranno assai di più di quelli che hanno speso almeno 400 mila soldoni per farsi gli affari miei. Dicono di avermi “radiografato”, commettendo un reato. Io di loro mi sono occupato in modo aperto, citando nomi e cognomi, anche delle fonti, e non sono stati in grado di smentire una sola parola di quelle che ho scritto. Proprio per questo trovavo, e trovo ancora, singolare che i fatti narrati non siano finiti prima all’accurata attenzione delle autorità preposte, ma, insomma, adesso, grazie a Tavaroli ed ai suoi accoliti, troverò qualche lettore in più.
A chi il libro lo ha letto, invece, è il momento di raccontare qualche retroscena. Io ci tengo allo stile, ci tengo all’onorabilità, pertanto non vado in giro a spifferare incontri e colloqui riservati. Ma visto che della riservatezza, gli interlocutori, hanno un’idea tutta personale ed assai originale, è bene che a giudicare siano i lettori (mentre della parte penale si occuperanno i giudici, spero in questo decennio). Quel che segue, sia chiaro, non cambia di una virgola il contenuto del libro, anzi, suggerisce l’opportunità di scriverne un altro.
Dunque, contrariamente a quel che le apparenze suggeriscono, io non faccio il giornalista. Mi occupo, da molti anni, di diritto delle telecomunicazioni. Conoscevo bene il mondo della Stet (la finanziaria che controllava Sip, Italcable e Telespazio, nei cui consigli d’amministrazione sedetti) ed alcuni degli uomini che per questa lavoravano, in giro per il mondo. Nel corso della gestione Colaninno si fecero, in Brasile, operazioni di rara demenzialità e di altissimo costo (trovate tutto nel libro, con particolari e cifre), al punto da allarmare chi ben conosceva quei mercati. Telecom, per molti di noi, era una bandiera nazionale, non una mucca da mungere, non mi piaceva lo spettacolo che stavamo dando e pensai che qualcosa si dovesse fare. Nello stesso periodo, però, Colaninno cedette Telecom a Tronchetti Provera. Finalmente, pensai, così la si finisce di smandrapparla e si potrà trovare una soluzione ragionevole al conflitto che, nel frattempo, si era aperto con i soci brasiliani.
Per il tramite di una comune conoscenza (l’allora viceministro all’economia, prof. Baldassarri), chiesi a Tronchetti Provera di parlargli. Lui fu assai cortese, mi chiamò al telefono, gli esposi la questione, mi disse che erano appena arrivati e non ne sapeva nulla, pertanto di prendere contatti con l’allora amministratore delegato, Bondi. Lo feci, si organizzò un incontro tecnico, vennero delle persone dal Brasile, si doveva incontrarsi con l’ufficio legale, ma, una mattina, in quel di Milano, saltò tutto. Bondi mi mandò una lettera dove scrisse che la faccenda riguardava gli azionisti e che non dovevano esserci intromissioni politiche. Giusto, gli risposi, ma quali intromissioni ci sono state? Nessuna, a mia conoscenza, a parte l’iniziale presentazione di Baldassarri, che mi sembrava, e mi sembra, del tutto normale. Comunque, si badi al sodo e si organizzi l’incontro fra gli azionisti, cioè fra Marco Tronchetti Provera e Daniel Dantas. L’incontro si fece. Per inciso, la mia tesi era che Telecom avesse torto marcio (tesi poi suffragata da sentenze), ma che la richiesta di Dantas fosse troppo esosa, si dovevano limitare i danni (fatti da Colaninno) e rilanciare la collaborazione. Nel mentre gli azionisti si preparano al primo incontro, spunta fuori un signore di nome Giuliano Tavaroli.
Mai visto né sentito, mi chiede un incontro. Lo vedo con la disponibilità di sempre. Mi riempie di complimenti (ancora grazie), dice che sono uno dei pochi a sapere tutto (il che era leggermente esagerato), poi mi fa la proposta: senta, lei conosce fatti e persone, del Brasile e non solo, noi, invece, non sappiamo quasi nulla, ci darebbe una mano? Volentieri, ma a fare cosa? A “sapere”. La cosa puzzava, ed il suo essere ex carabiniere, il quel contesto, non mi rassicurava. Gli dissi che ero disposto a collaborare con Telecom, affrontando la sostanza del problema brasiliano, nella speranza che la nuova proprietà facesse pulizia dove la precedente aveva seminato disastri. Non si fece più sentire.
Qualche mese dopo vidi crescere attività molto sospette, e dal Brasile mi facevano sapere che si stavano muovendo spie di ogni tipo. Chiamai Tavaroli, andai a trovarlo, e gli dissi: mi dicono queste cose, state attenti perché potrebbero provare a diffamarvi. Lui fu schietto: questi sono dei delinquenti, usano le spie e noi risponderemo con gli stessi strumenti. Fine, non ho più voluto vederlo. Il suo ragionamento era radicalmente sbagliato: se un tuo antagonista usa mezzi illeciti lo denunci, non prendi più spioni di lui.
Un passo indietro. Subito dopo l’acquisto di Telecom Tronchetti Provera si accorse che i conti erano in disordine e vi erano delle poste di bilancio, fra le quali spiccava il Brasile, sopravvalutate in modo scandaloso. Non so se avesse usato le informazioni che avevo fornito, ma, insomma, se ne accorse. A quel punto cosa fece? Secondo me avrebbe dovuto rivolgersi alla magistratura ed avviare un’azione contro chi aveva provocato quei danni alla società, che, è bene non dimenticarlo, non era sua, non era un suo affare privato, ma era quotata in Borsa e custodiva i soldi di miglia di risparmiatori. Invece fece una cosa diversa: chiamò Gnutti, che con Consorte e Sacchetti gli aveva venduto la Telecom contro l’opinione di Colaninno, e gli chiese uno sconto. Uno sconto per sé, per la Olimpia che aveva comperato, indebitandosi. Gnutti, che è più bravo, gli disse che lo sconto poteva scordarselo, ma gli avrebbe fatto un prestito, garantito da una quota di Olimpia, che si sarebbe intestata. Fu così che Gnutti, con la sua Hopa, tornò ad essere socio di chi controllava Telecom. E’ regolare, tutto questo? Credo di no, l’ho scritto, ma nessuno è intervenuto.
A quel punto, mi sembrava che il vaso fosse colmo. Ogni azione seria e ragionevole era inutile, il tavolo fra le parti era saltato, quella storia meritava d’essere raccontata, con il giusto grado d’indignazione e senza tacere nulla al lettore. Mentre inizio il lavoro, capita una cosa strana: il Giornale pubblica un’inchiesta a puntate, tutta ispirata alla difesa di Telecom da quei malfattori dei brasiliani (faranno lo stesso il Sole 24 Ore ed il Corriere della Sera), alla quarta puntata racconta di un incontro, a Milano, presso il Four Seasons, fra Tavaroli e l’amministratore delegato di Brasil Telecom, Carla Cico. Scrivono che Tavaroli sospettava vi fossero spie, così prese delle contromisure, e fece bene, perché quando uscì dalla camera, dopo un po’ di tempo, entrarono gli uomini della Kroll, che è un’agenzia internazionale d’investigazione. Un momento, scrissi sull’Opinione diretta da Arturo Diaconale, come fanno a sapere chi entra ed esce dalla camera di una signora? L’inchiesta s’interruppe, e Tavaroli non la prese bene.
Una mattina entro in studio, mi metto al tavolo da lavoro, accendo il computer ed ho la sensazione che si prova quando, all’aeroporto, prendi per sbaglio la valigia di un altro. Qualcuno aveva abbondantemente grufolato. Non sporgo denuncia, per due ragioni: primo perché non ho prove di nessun tipo (chi lo dice, se non io, che il computer era stato manomesso?), secondo perché capisco che quello che li infastidisce è il libro, di cui hanno avuto notizia ascoltando le telefonate. Quindi decido di fare una sola cosa, accelerare la scrittura.
Valuterà il mio avvocato (a proposito, lo straordinario Vittorio Virga si arrabbia sempre quando legge, come sul Corriere della Sera di ieri, concetti, a me riferiti, del tipo “indagato in Mani Pulite”, perché ritiene un suo successo il fatto che io sia stato assolto e prosciolto senza che nessuno abbia mai provato le iniziali accuse, mai, quindi, se la piantano gli fanno un piacere. Grazie. Auguro, di cuore, a Tavaroli la stessa sorte), valuterà, dicevo, se avviare e quali azioni, ma a me disturba un’altra cosa. Mi disturba l’idea che, secondo alcuni, davvero siamo tutti uguali ed il più pulito ha la rogna, talché basta spiare una persona per poterla ricattare. Ecco, su questo, e per fatto personale, vadano pure a fare…

www.davidegiacalone.it

Pubblicato su Libero del 25 settembre 2006

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario