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Ma il potere mediatico (e partitocratico) chi lo regola?

Quarto potere e scontro di inciviltà

Gli annunci roboanti e arroganti che rendono impossibile ogni riforma

di Elio Di Caprio - 19 aprile 2011

Di strada ne è stata fatta(all’indietro o in avanti?) dal ’93 ad oggi, dal giacobinismo del magistrato Antonio Di Pietro, l’utilizzatore provvisorio più che finale della caduta della Prima Repubblica, osannato acriticamente oltre i suoi meriti come simbolo di una nuova stagione che ci avrebbe tirato fuori da un sistema chiuso e corrotto, a quello che in ultima analisi è stato il più abile e consequenziale utilizzatore finale del tramonto di un’epoca, Silvio Berlusconi, ancora in sella quale personaggio chiave attorno al quale ancora ruotano vecchi e nuovi equilibri di una stagione eternamente in transizione.

Dal meno male che Di Pietro c’è si è passati in meno di venti anni al meno male che Silvio c’è. Cosa è successo in questo arco di tempo? Tutto e di troppo al di là del costante conflitto politica-magistratura che si trascina, non dimentichiamolo, dagli anni ’60 quando furono rivelate le prime e inquietanti commistioni tra sistema partitocratico e magistratura, articolata essa stessa in correnti politiche.

Quello che è esploso in misura imprevedibile è il quarto potere, quello mediatico che pervadendo oltre misura i tradizionali tre poteri –esecutivo,legislativo e giudiziario- in barba ad ogni equilibrio (teorico) stabilito dalla Costituzione, ha trasformato la lotta politica in un’arena propagandistica senza senso. Con l’aggravante che una buona parte delle risorse mediatiche continua saldamente a restare nelle mani del capo dell’Esecutivo che si ritiene, a torto o a ragione, eletto direttamente dal popolo e perciò sostanzialmente inamovibile fino a nuove elezioni.

Partecipiamo più da spettatori che da attori a questo dramma-commedia che per essere tale deve riservare sempre nuove sorprese, ma sono facilmente immaginabili le lotte di potere dietro le quinte delle varie sceneggiate – il mercato dei parlamentari ne è solo l’aspetto più appariscente – tra opposti interessi che talvolta albergano nello stesso partito. Certo che oggi più di ieri appaiono surreali se non grottesche – in quale altro Paese europeo sarebbe possibile? - le strofette mummificate e adoranti del “ Meno male che Silvio c’è”, colui che “trasforma i sogni in realtà”, diventate più che una spensierata e scherzosa canzone di scolaresche avviate in colonia, il contrappunto e il ritornello mediatico di un partito di maggioranza che in due anni ambisce a riformare contro tutti l’intero Paese, a partire proprio dalla giustizia.

Così come risultano sempre più improbabili e temerari i messaggi televisivi sfornati a ripetizione dal Cavaliere che immancabilmente suscitano un’affannosa gara tra i mass media ad interpretarne il significato, si tratti della vera o presunta fidanzata del nostro Premier settantaquattrenne oppure, problema ben più serio, del suo possibile successore designato. L’enigma sarà (forse) finalmente risolto, sondaggi alla mano, quando i “focus groups” incaricati di testare gli orientamenti della pubblica opinione decideranno quale sarà il tempo più propizio per svelare la verità….

Ma non va neppure sottaciuto che il “quarto potere” mediatico è ampiamente esercitato e utilizzato dal fronte giudiziario, da quei magistrati che con intercettazioni, procedimenti e sentenze orientate politicamente rendono poco digeribile la favola di un’indipendenza della magistratura solo perché così è scritto in Costituzione. Si fa di tutta l’erba un fascio, addirittura si parla di Brigate Rosse a proposito dei prevalenti orientamenti di sinistra delle correnti organizzate della Magistratura, ma in un’atmosfera di scontro di inciviltà, amplificato dai mass media, si dimentica tutto, anche gli interventi impropri e i “peccati” della magistratura ordinaria, mai sanzionati dalla corporazione di appartenenza. E’ proprio di questi giorni un saggio di Marco Pivato a ricordarci, ad esempio, di come siano state tagliate le gambe, con l’ausilio degli arresti operati dalla magistratura degli anni ‘60, ad alcune menti lungimiranti del secolo scorso in grado di aprire l’Italia alle nuove sfide nei campi di più promettente sviluppo.

Tra di essi – si salvarono tra quei personaggi solo l’onnipotente Enrico Mattei e Adriano Olivetti- c’erano Felice Ippolito e Domenico Marotta l’uno presidente del Comitato per l’energia nucleare e l’altro direttore dell’Istituto Superiore di Sanità. Entrambi subirono già allora l’onta di quello che più tardi sarà chiamato il circuito perverso mediatico-giudiziario che li mise, innocenti, prima in galera e poi definitivamente in ombra su sollecitazione del potere politico del tempo.

Colpa della politica o colpa della magistratura, o di entrambi? Erano altri tempi ed i processi non si svolgevano, come ora, sulle piazze mediatiche. Ma anche questi vecchi episodi dimostrano come, in circostanze molto diverse dalle attuali, siano antiche le tentazioni di certa magistratura a operare in combutta o contro determinati partiti o centri di potere.

Una riforma dei poteri va quindi sicuramente fatta senza farsi distrarre dal clima conflittuale oggi imperante. Ma in un contesto così sguaiatamente propagandistico in cui operano o sono costretti ad operare maggioranza e opposizione è mai sperabile che il conflitto politica-magistratura, che pure esiste al di là delle vicende del Premier, venga mai risolto con nuove regole?

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