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L’Italia e il rigore europeo

Quanto vale le promozione fra i Paesi virtuosi

Bruxelles poterebbe chiudere la procedura di infrazione per deficit eccessivo

di Massimo Pittarello - 28 maggio 2013

Tornare in Serie A. Obiettivo dichiarato che si potrà conquistare nella partita decisiva che l’Italia si troverà a giocare a Bruxelles il 29 maggio. E’ la data in cui la Commissione europea valuterà se chiudere la procedura di infrazione per deficit eccessivo decisa nei confronti del nostro Paese nel 2009 dall’Ecofin. Un risalita non priva di insidie, con il rischio di trovarsi in difficoltà ancora maggiori. Il Consiglio che riunisce i ministri dell’economia e delle finanze dell’Unione Europea il 2 dicembre 2009 intimò all’Italia di ridurre il deficit di mezzo punto percentuale ogni 12 mesi, in modo da scendere al di sotto del 3% del rapporto fra deficit e pil, e quindi all’interno dei parametri di Maastricht, entro il 2012. La richiesta aveva come base la stima che nel 2009 il pil sarebbe calato del 4,7%, mentre sarebbe salito nel 2010 e nel 2011. In realtà nel 2009 la flessione è stata di 5 punti e mezzo, mentre nei due anni successivi la crescita totale è stata solo del 2,1%, e dopo non è andata meglio: -2,4% nel 2012 e un previsto -1,3% nel 2013%.

E’ ovvio che se il parametro di riferimento sull’andamento dei conti pubblici fa riferimento alla ricchezza complessivamente prodotta (e quindi al pil), una volta che tale parametro di riferimento si sposta al ribasso, sarà più difficile rientrare nei margini. Inoltre l’avere infranto la procedura di deficit eccessivo ha comportato due effetti secondari non trascurabili. Il primo è quello di porre l’Italia in cattiva luce agli occhi degli investitori e dei mercati. Se un paese non riesce a rispettare le regole di bilancio che esso stesso ha deciso di adottare, come può garantire che le propria economia sia prospera e affidabile? Il secondo è quello di limitare la capacità negoziale dell’Italia in Europa. La Francia, in questo momento di crisi, ha avuto una proroga per far scendere il deficit al 3% del pil al 2015 e la Spagna al 2016. Eppure questi due Paesi sono sotto procedura per deficit eccessivo dal 27 aprile 2009 e, quindi, prima rispetto all’Italia. Come se non bastasse la recessione che ha colpito il Belpaese dal 2008 è bene più grave degli altri due: -8,3% fino ad oggi a Roma, -5,5% a Berlino, -0,1% a Parigi.

Questo perché, al di là dei numeri, poco credito viene dato al nostro Paese da parte delle istituzioni e dei partner europei, come ha spiegato Lorenzo Bini-Smaghi, attualmente presidente di Snam Rete Gas ed ex membro del board della Bce fino al novembre 2011, due giorni dopo la caduta del governo Berlusconi: “L’unica cosa certa che sappiamo è che dobbiamo rispettare il vincolo di bilancio del 3%. Questa è l’unica cosa che tiene insieme la coalizione che sorregge il governo guidato da Enrico Letta. Ma è il solito accordo al ribasso, e non va bene”.

Sulla possibile chiusura della procedura di infrazione l’economista toscano non fa i salti di gioia perché, a suo dire, i problemi sono altri: “Quando furono dati 2 anni in più alla Germania per rientrare nei vincoli del 3%, grazie al fatto che Italia e Francia lo permisero, fu fatto perché allora da parte dei tedeschi venne contestualizzato un programma di riforme che avrebbe viaggiato parallelamente al risanamento dei conti”. Chiudere con un po’ di ritardo la procedura e, quindi, rendere graduali le politiche di austerità, grazie alla contemporaneità delle riforme. Questo, in sintesi, l’accordo tacito che valse per Berlino allora, e vale per Parigi e Madrid oggi. E l’Italia? “Ma noi – si è chiesto retoricamente Bini-Smaghi – avremmo il coraggio di dire che rientriamo fra uno due anni, assicurando una certe serie di riforme, da quello della giustizia, alla sicurezza degli investimenti, alla burocrazia, alla legge elettorale? No. E allora, ecco, non rimane che rimane solo la scelta dell’austerità”.

Il governo Monti, con lo sblocco del pagamento di 40 miliardi di euro di debiti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese, ha stimato al rialzo il deficit dal 2,4 al 2,9% sul pil. Appena sotto il tetto massimo. Un’operazione difficile resa possibile da una certa benevolenza di Bruxelles, motivata anche dalla rielezione di Giorgio Napolitano, vero garante della tenuta dell’Italia in Europa.

Ora quindi, per Letta, Saccomanni e Alfano, ci sarebbe davvero poco spazio di manovra. In vari ambienti nel nostro Paese ci si domanda se spingere per la chiusura della procedura d’infrazione si possa poi trasformare inevitabilmente in vincoli ancor più stringenti. E’ ovvio, si dice da navigate personalità che hanno girato per le più alte stanze di via Venti Settembre, che una volta chiusa la procedura non si potrebbe riaprire un giorno, una settimana, un mese dopo, pena un ulteriore discredito sulla credibilità sulla nostra politica economica.

In ogni caso, però, ci sarebbe un “dividendo” che si potrebbe incassare mercoledì. Il ritorno dell’Italia fra i Paesi virtuosi promuoverebbe la reputazione italiana sul piano della finanza internazionale. Condizione che permetterebbe la riduzione della prima voce di spesa nel bilancio italiano: quella per mantenere il nostro debito, attraverso un calo dei tassi di interesse che i mercati reputano necessari per investire nel mastodontico debito pubblico italiano.

Dopo le aste del mese di maggio il Tesoro ha incassato già la metà della raccolta del 2013. Sono stati vendute obbligazioni a medio e lungo termine per 115 miliardi sui 230 previsti alla fine dell’anno. Ma la cosa positiva è che costo medio dell’emissione è stato estremamente basso: 2,1% rispetto al 3,11% del 2012 e il 3,61% del 2011. Il nostro debito, se lo spread dovesse rimanere, come ora, intorno ai 250 punti base, ci costerebbe 5 miliardi in meno nel prossimo biennio. Ma se, come si augurano da via Venti Settembre, si dovesse chiudere la procedura di infrazione, il differenziale Btp-Bund potrebbe scendere intorno a quota 200, livello che la Banca d’Italia ha più volte espresso come “coerente” con i fondamentali della nostra economia, il risparmio sugli interessi per il debito si attesterebbe intorno ai 10 miliardi per il prossimo biennio, fino ai 4 miliardi nel 2013, per arrivare alla considerevole cifra di 27 miliardi nei 4 anni da qui al 2016. Come una pesante manovra finanziaria.

Inoltre, se l’Italia mercoledì dovesse essere promossa, potrebbe iniziare a negoziare sulla “golden rule”, e cioè l’esclusione di talune voci di spesa statale dal calcolo del deficit. Si tratterebbe di spese in conto capitale per il 2014. L’ipotesi più gettonata è quella di escludere gli investimenti certificati dall’Unione europea, una possibilità praticabile solo quando i livelli di disoccupazione superano una determinata soglia. La seconda opzione sarebbe quella di eliminare i pagamenti arretrati e i debiti commerciali della Pubblica Amministrazione. La terza prevede gli incentivi all’occupazione e al lavoro. La quarta vorrebbe rendere estranee le uscite degli enti locali per le scuole, l’educazione e la mobilità. L’ultima, e anche più accreditata ipotesi, prevede di escludere le quote di cofinanziamento di fondi Ue destinati alla infrastrutture. Un “tesoretto” da 12 miliardi da qui al 2015.

“Io – ha detto al riguardo Bini-Smaghi – sono favorevole agli investimenti, anche se finanziati attraverso gli eurobond, in modo che vengano esclusi dal calcolo del deficit. Il problema è che noi in Italia abbiamo un problema a farli questi investimenti”. Probabilmente, infatti, il problema dei conti è solo una conseguenza. E’ la stessa finanza internazionale a confermare la versione. Claudio Costamagna, ex-banchiere di successo che nel 2006 in Goldman Sachs ricopriva il ruolo di capo della divisione investimenti per l’Europa e il Medio Oriente. “La vera anomalia italiana non è Grillo ma Berlusconi. All’estero sono terrorizzati dal fatto che possa tornare al potere”.

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