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Verso il 2013

Quanto sono vecchie le nuove idee della politica

I controsensi di Pierluigi Bersani e la destra senza futuro. Nessuno spiega cosa vuole fare, ma tutti assicurano di proseguire la linea di Monti

di Davide Giacalone - 10 settembre 2012

Pier Luigi Bersani è un po’ il François Hollande italiano. Il primo ha avuto molta fortuna e, come il secondo, è stato sospinto dagli errori della destra al governo. Entrambe sono considerati brave persone, ma neanche nel loro partito delle cime.

Ieri, chiudendo la festa del Partito Democratico, Bersani s’è cimentato con una sfida, da lui stesso enunciata all’inizio: siamo pronti a governare, ad assumerci responsabilità pesanti in un momento difficile, o preferiamo scantonare? In altri termini: siamo in grado di conciliare il nostro essere sinistra con i doveri che derivano dal governare un Paese in cui lo stato sociale ha accumulato un debito insostenibile e le compatibilità monetarie impediscono di usare gli strumenti del passato? S’è risposto di sì, ma non è riuscito ad andare oltre questa volontaristica affermazione.

In sintesi la sua posizione è questa: condividiamo il lavoro svolto dal governo Monti e manterremo ferma la barra del rigore, ma vogliamo anche più lavoro, più diritti e più eguaglianza. Vorrei sapere se esiste un solo italiano che non voglia altrettanto, a destra come a sinistra. Ma vorrei anche sapere se ce n’è uno solo che non si accorge della visibile contraddizione. La sinistra guidata da Bersani scarica la colpa della crisi sulla finanza cattiva (vero, ma un po’ semplicistico) e su Silvio Berlusconi (legittimo), afferma che saprà rimediare, portando nuovi costumi e nuove politiche, ma promette più scuola, più sanità, più giustizia, più prestazioni sociali di base. Che vuol dire?

Escluso che possa volere dire più spesa, perché questo nega il presupposto della continuità montiana, anzi, scontando che dovrebbe voler dire minore spesa, non resta che entrare nel merito dei problemi: si può avere più scuola rendendo più libero e competitivo il mercato dell’istruzione, cancellando il valore legale del titolo di studio, aumentando la meritocrazia, arruolando insegnanti di valore e cacciando gli incapaci; più sanità chiudendo gli ospedali inutili, tagliando i costi di un regionalismo dissennato, garantendo il pronto soccorso e incentivando (fiscalmente) le assicurazioni; più giustizia costringendo chi ci lavora a rispondere dei risultati, a rispettare tutti i termini temporali della procedura, a non confondere l’accusa con il giudizio, a spezzare il corporativismo autoreferenziale; le prestazioni sociali di base non so cosa siano, almeno non di preciso. Ebbene, non ha detto nulla di simile. Nel senso che non ha detto nulla nel merito. Nulla. Il resto, quindi, è un filino apodittico e insostenibile.

Dove si prendono le risorse necessarie? Colpendo l’evasione fiscale, i ricchi e i redditi troppo alti. Il che dimostra che, in condizioni di difficoltà, anche le brave persone cedono alla banalità.

La lotta all’evasione è un filone di grande successo, dato che lo si alimenta da decenni e si pensa di farne una bandiera per il futuro, ma forse Bersani non s’è accorto che nella sua versione odierna non colpisce i cattivoni e i pescecani, ma la gente comune che va al bar. La lotta all’evasione è sempre giusta, ma pensare di spremere miliardi da quel limone significa avallare un sistema di riscossione vagamente prepotente e intrinsecamente ingiusto. La pressione fiscale è troppo alta, e per farla scendere non serve a nulla la lotta all’evasione (che va fatta, certo), perché quella la fa crescere in capo sempre alle medesime persone. I ricchi, in Italia, pagano moltissimo. Pagano troppo. Quelli che non pagano abbastanza sono i falsi poveri, ma qui si torna al punto precedente. In quanto ai redditi troppo alti, credo che molti italiani considererebbero tale anche quello di Bersani. Il che dimostra quanto scivoloso sia questo terreno.

Il fatto è che Bersani, e con lui la sinistra ragionante, vede benissimo che al di là del contingente, nel cuore della crisi che ci travolge, non c’è solo un meccanimo guasto della moneta unica, ma la insostenibilità dello stato sociale, così come lo si è costruito, ma non riesce né a distaccarsene né a immaginarne uno diverso. E’ prigioniero di un modello culturale per reggere il quale è costretto a raffigurare il mondo in modo ben diverso da quel che è. Ha toccato il tasto delicato della democrazia, di quanto sia pericoloso subordinarla ai mercati. Ha perfettamente ragione, anche perché il modello va invertito: la libertà dei mercati, la loro capacità di prosperare, è un derivato della democrazia, la cui vittoria sul comunismo ha aperto il mondo alla globalizzazione. Nel mercato, per sua natura, i vincenti tendono a esserlo in modo totale, mentre in democrazia chi vince non ha diritto di torcere le regole per cancellare i concorrenti. Il modello democratico è migliore di quello del mercato, ma nel senso che le due libertà si accompagnano e il rispetto delle regole le salva. Bersani ha preferito prendersela con finanzieri e banchieri, dicendo loro che si scordino di soppiantare la politica. Un po’ pane e salame, ma giusto. Peccato che quando il Pd fece le primarie per porre Valter Veltroni alla guida della partita (persa) contro Berlusconi, fece un gran vanto del fatto che i banchieri s’erano messi in fila per votare, sebbene quelle urne ignorassero le regole. Sono cose che capitano, quando si fa confusione.

L’ultima parte del discorso di Bersani è la più preoccupante, perché tutta rivolta all’interno e a spiegare che le primarie sono una cosa bellissima, ma chi lo sfida per prendere il suo posto pecca di egoismo e personalismo. Quel che preoccupa è che ne abbia parlato così a lungo, lasciando intendere che la destra possa partecipare alle primarie per far vincere il suo concorrente, Matteo Renzi. Quel che non si capisce è perché la destra dovrebbe volere un candidato, Renzi, che avrebbe tutte le carte in regola per batterla sonoramente e archiviarla per sempre (nella sua versione berlusconiana). E’ vero che, nella politica italiana, da anni, i due fronti si sfidano a chi commette più errori, ma Bersani stia tranquillo: l’alleanza fra Pd e Sel, nell’incapacità di parlare ai moderati, è l’unico punto di forza di una destra disfatta.

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