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Siamo vicini alla fine di un'epoca politica

Quanto può durare?

Il logoramento del centro-destra ci dice che siamo realmente al capolinea

di Enrico Cisnetto - 04 giugno 2010

Ma quanto può durare? Sono già passati 67 giorni dalle elezioni regionali, al termine delle quali il governo – uscito vincitore dalla prova di “mezzo termine”, seppure solo in termini percentuali perché il Pdl ha perso due milioni e mezzo di voti e la stessa Lega è arretrata – ha trionfalmente annunciato l’apertura di una fulgida stagione di riforme strutturali, grazie a quel “triennio senza urne” che è stato sbandierato come il momento giusto per dedicarsi alle grandi scelte.

A parte che con ciò si è certificato che nei primi due anni di legislatura Berlusconi si è limitato a gestire solo le emergenze (Alitalia, rifiuti di Napoli e terremoto in Abruzzo), rimane il fatto che negli oltre due mesi trascorsi dal voto amministrativo la cronaca politica ci ha offerto ben altro: prima l’esplodere e poi il perpetuarsi del conflitto Fini-Berlusconi; le dimissioni di Scajola e il successivo tragicomico tentativo di trovare un successore; la graticola su cui sono stati posti Verdini, Matteoli e Bertolaso, e i boatos su chi altro potrebbe essere travolto dagli scandali; le richieste di spazio della Lega. Per non parlare della gestione della manovra correttiva di bilancio, con l’evidente divaricazione che il premier ha marcato con Tremonti – e che non ha fatto nulla per evitare di manifestare, rischiando così di vanificare il messaggio ai mercati che il ministro dell’Economia considerava giustamente come il primo obiettivo del provvedimento – e il corollario dell’urlo di dolore di Bondi per il suo esautoramento sui tagli agli enti culturali o pseudo tali, che ha fatto da apripista per un lavoro di riscrittura (sovvertimento?) dei contenuti della manovra stessa cui sono sicuro assisteremo prossimamente in Parlamento in sede di conversione del decreto. Sicurezza che mi deriva dal quotidiano stillicidio di notizie relative ad un altro iter parlamentare, quello della legge sulle intercettazioni, “specchio fedele delle contraddizioni del centro-destra” come ha efficacemente chiosato Stefano Folli.

Infatti, su questo fronte – a parte il non poco rilevante risultato politico di aver compattato su posizioni “anti” l’intera categoria dei giornalisti, berlusconiani compresi – abbiamo assistito alle abili mosse del presidente della Camera, che ha egregiamente sfruttato le contraddizioni insite nel ddl, e agli sguaiati tentativi di “fargliela pagare” del grosso del Pdl: una scena che conferma, ove mai ce ne fosse stato bisogno, non solo le divisioni e le contraddizioni interne alla maggioranza, ma anche la sua incapacità a trovare spazi di mediazione e di sintesi. Anche perché finora il grosso dei problemi si è verificato all’interno del Pdl, ma è logico attendersi che presto si aprano fronti caldi tra il partito di maggioranza relativa, ma di scarso peso politico, e la Lega, che a fronte di una quota minoritaria possiede (per suo merito, o se si vuole per demerito altrui) la golden share del governo.

Per esempio, se Berlusconi lancerà i suoi all’assalto della manovra in Parlamento, cosa farà Bossi, lascerà Tremonti da solo nella difesa dei provvedimenti che hanno ottenuto il plauso di Ue, Fmi e Ocse? Insomma, se il logoramento del centro-destra è sotto gli occhi di tutti, la domanda che ne consegue è quella che ho posto all’inizio: quanto può durare? So che la risposta più ovvia è: durerà tutta la legislatura, perché non c’è alternativa. Ma so anche che, con sempre maggiore frequenza, molti esponenti della maggioranza parlano di elezioni a marzo prossimo come di un’eventualità per nulla remota.

Eventualità che sarebbe non più figlia del desiderio di Berlusconi di “andare a girare le carte” – come per ben due volte si è ipotizzato, nell’autunno scorso, dopo le polemiche relative alle vicende personali del premier, e più recentemente, quando si è consumata la rottura con Fini – bensì dell’implosione del governo, magari favorita da un distacco politico della Lega, sempre più orientata a fare il “partito di governo” negli enti locali già conquistati e il “partito di lotta” a Roma.

Che poi questa eventualità delle elezioni anticipate non si verifichi perché si sceglie di dar vita ad un governo di emergenza, aderendo così alla proposta lanciata da Casini, questo ai fini del calcolo di quanto possa ancora durare questa situazione, non cambia. Anzi, un siffatto passaggio politico potrebbe verificarsi anche prima della prossima primavera, specie se sui mercati finanziari dovesse riaffacciarsi con forza la speculazione contro l’eurosistema e contro i debiti sovrani dei paesi che ne fanno parte. In tutti i casi siamo vicini alla definitiva chiusura di una stagione politica. Prima se ne prende atto, meglio è.

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