ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Quanto costa una simile riforma?

Lo spauracchio del federalismo fiscale

Quanto costa una simile riforma?

La politica affollata da sbandieratori non si muove nell’interesse generale

di Davide Giacalone - 15 maggio 2009

Un fantasma s’aggira per l’Italia: quello del federalismo fiscale. Contiene un principio giusto: ad esigere tributi sia chi direttamente gestisce la spesa pubblica, l’ente locale campi sempre meno di trasferimenti statali e sempre più con i soldi dei cittadini che amministra. Corretto. Dopo di che, regna il buio, sia contabile che istituzionale.

Tutti i numeri sono ancora da scrivere e nessuno ha idea di quanto costi una simile riforma. Anzi, dirla così è sbagliato, perché, al contrario, sarebbe bene sapere quanto può aiutarci a risparmiare. Avvicinare la riscossione alla spesa, difatti, ha un senso se induce maggiore responsabilità e parsimonia. Insospettisce, invece, la così detta “clausola di salvaguardia”, secondo cui, a regime, non si dovranno pagare più tasse di oggi. Un incubo, perché difende dall’ipotesi che nel 2016 ci chiedano ancora più soldi, mentre l’obiettivo è quello di pagarne molti meno ed assai prima.

Anche le competenze istituzionali restano indefinite. Chi fa cosa? Non si sa. Neanche è previsto che siano cancellate le province, testimonianza vivente, e costosa, di una stratificazione legislativa priva di ragionevolezza. E’ vero che anche questo capitolo è inserito nel grande libro delle deleghe, ma è ancora tutto da scrivere e, al momento, richiede più fede che fiducia. Si tratta, invece, di pagine decisive, perché ci sono settori in cui il decentramento comporta maggiori costi e maggiore inefficienza, ed altri in cui le sovrapposizioni avvengono in sede locale.

La politica, però, è affollata da sbandieratori, gente che non ragiona sulle cose, considerate inutili fastidi, ma si sfida nel lancio verso l’alto del vessillo prediletto. Così il governo vanta il proprio federalismo fiscale e l’opposizione vanta la propria riforma federalista della Costituzione (quella che non si tocca, ma si scassa a piacimento). Come se vi fosse una moltitudine d’italiani che la mattina, prima del caffé, chiede d’essere rassicurata sull’essere in cammino verso il fantasma federalista. Ho l’impressione che ai cittadini interessi, giustamente, avere servizi sani e pagarli il giusto, pronti alla solidarietà verso i più deboli, meno disposti a finanziare clientelismo e camarille. Con le bandiere si divertono poco, salvo non sfondino il cranio di chi le maneggia.

Pubblicato da Libero di venerdì 15 maggio 2009

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario