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Salari & Sindacati, un cocktail esplosivo

Quando la politica latita…

Se la giustizia non funziona ne risente anche l’economia

di Davide Giacalone - 19 maggio 2009

Salari & Sindacati, questo il cocktail che ha ubriacato molti. Durante le bicchierate si sono sentite le stesse cose di sempre: i salari sono bassi, il sindacato deve contare di più, la corteazione è importante, mai abbassare la guardia contro la violenza. Conformismo e solidarietà, a bidoni.

Cominciamo dai dati dell’Ocse, che già sono sfuggevoli, figuriamoci poi a non saperli leggere. L’Italia si colloca nella parte bassa della classifica relativa ai salari netti, calcolati tenendo conto del potere d’acquisto reale. Nell’agosto scorso la stessa Ocse aveva denunciato che, da noi, non solo il costo del lavoro è troppo alto, ma nel primo trimestre del 2008 era cresciuto assai più che negli altri Paesi industrializzati.

Dov’è la verità? Sulle cifre non scommetterei, ma concettualmente sono vere entrambe le cose: i salari sono bassi ed il costo del lavoro è alto. Colpa, ripetono tanti (responsabili compresi), di fisco e previdenza. Vero, ma solo in parte. In realtà perdiamo competitività da quindici anni, perdendo quote di mercato internazionale. Quindi, è del tutto ovvio che anche i salari scendano, rispetto a quelli di chi ha accelerato anziché rallentare.

La produttività non riguarda (solo) il lavoro dei singoli, ma un sistema in cui la giustizia fa schifo, l’università pure, l’investimento in tecnologia e ricerca scende e le pensioni vanno per i fatti loro. Cresce il numero dei lavori inferiori, quindi diminuisce la media dei salari. Aggiungete l’evasione fiscale e tirate le somme.

I sindacati si sentono aggrediti perché un gruppo di provocatori è salito sul palco torinese, ha reclamato la parola e spintonato un sindacalista che ha rischiato di cadere. E vai con il coro per condannare la violenza, straparlare di brigatismo, fare paralleli improponibili con il Lama del 1977, cacciato dall’università. Ma il problema dei sindacati è quello di rappresentare pochi lavoratori ed avere abbracciato la “concertazione” che li ha impoveriti.

I Cobas hanno torto, e spero li denuncino, ma c’è chi specula per far credere che quello della triplice sia l’unico sindacato e l’unico argine alla violenza. Che, oltre tutto, non trova terreno fertile nelle fabbriche, ma nei quartieri dove cresce il disagio per il declassamento sociale. E lì sindacati e politica sono latitanti.

Pubblicato da Libero di martedì 19 maggio 2009

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario