ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Quando l’Onu abbandonò Srebrenica

L’Italia di D’Alema partecipò alla missione

Quando l’Onu abbandonò Srebrenica

Tra la fuga dei caschi blu dalla Bosnia e l'intervento della Nato morirono 8.000 persone

di Davide Giacalone - 12 luglio 2005

Rimuovere, occultare, mascherare. A questa condotta non si sottrae nessuno, segno che è dettata da qualche cosa di profondo. Eppure insegna molte cose la memoria (ove la si conservi) di Srebrenica.

11-18 luglio 1995. Più di ottomila bosgnacchi massacrati. Chi sono, e chi li uccise? I bosgnacchi sono i mussulmani della Bosnia. Gente pacifica, l’esatto contrario (almeno un tempo) del fanatismo e dell’integralismo religioso. Un islam moderato e ragionevole. Dei massacratori non si tace il nome: i nazionalisti serbi e quelli croati, dalla Serbia e dall’Erzegovina, agli ordini di Ratko Mladic e Radovan Karadzic (ancora protetti e non consegnati al tribunale internazionale). Ma dei massacratori si tace una caratteristica: l’essere cristiani. Così come si tace sul silenzio d’allora, tanto dei cattolici quanto degli ortodossi, due chiese cristiane.

Perché lo scrivo, sottolineandolo con forza? Perché il crimine di quelle truppe terroristiche, l’avere sterminato civili, ad un uno ad uno, in numero quasi triplo rispetto ai morti delle torri gemelle, non ricade certo sulla cristianità, su quanti professano una fede ricompresa in una delle chiese che dal ceppo originario sono poi fiorite e derivate. Il regime di Slobodan Milosevic, i carnefici che lo circondarono, non autorizzano nessuno a dire che i cristiani son gente assetata di sangue, desiderosa di eliminare dalla faccia della terra la civiltà musulmana. Appunto, adesso, però, si abbia la forza e la lucidità di capire in quale trappola culturale cadrebbe l’occidente se, piangendo i propri morti, ascoltando le sirene dell’irresponsabilità vestita di durezza ed inflessibilità, non fosse capace di ragionar così anche quando è musulmana la mano assassina.

E non è finita, Srebrenica insegna anche altro. A proposito dell’Iraq quante volte abbiamo sentito ripetere la litania: ci vuole l’Onu, occorre che a coordinare tutto sia l’Onu, affidiamoci all’Onu. Erano affidati all’Onu, erano difesi dai caschi blu, quegli ottomila le cui ossa ancora affiorano dalle fosse comuni. I soldati dell’Onu non combatterono, si videro a mal partito e se ne andarono, consegnando chi chiedeva aiuto a chi voleva la sua morte. A porre rimedio arrivarono le truppe della Nato, senza mandato dell’Onu e con il (giusto) consenso e la (opportuna) partecipazione del governo italiano (ed era un governo di sinistra, presieduto da D’Alema, prima che rivoltasse ancora la propria posizione). Se ne ricordino, quanti credono che nel palazzo di vetro ci sia una qualche soluzione per un qualche problema nel mondo.

E quanti chiedono la pace, quanti marciano per la pace, provino a riflettere. La pace è una gran bella cosa, ma la guerra a Milosevic, a Mladic, a Karadzic, avremmo dovuto farla prima, senza aspettare Srebrenica. La guerra è una brutta cosa, ma è anche una cosa necessaria, quando dall’altra parte c’è chi ha in mente di sterminare gli innocenti.

Non serve a niente, anzi, fa anche un po’ schifo, ricordare l’inferno di dieci anni fa senza essere capaci né di leggerne la realtà, né di trarne conseguenze politiche.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario