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L’Italia in declino non si governa a strappi

Quando l’azzardo diventa un errore

A Vicenza Berlusconi ha parlato ai suoi e non ha convinto gli incerti e i delusi

di Enrico Cisnetto - 20 marzo 2006

Un errore. Per sé e per il Paese. Pur sapendo che in un clima così avvelenato esprimere un giudizio su quanto è accaduto a Vicenza – e che ho potuto vedere con i miei occhi – significa corre il rischio di beccarmi un’etichettatura di parte, che peraltro proprio non mi appartiene, voglio dire con chiarezza che a mio avviso Silvio Berlusconi ha commesso un grave errore politico. Prima di tutto per la sua causa, che è ovviamente quella di vincere le prossime elezioni. Obiettivo che si rende possibile solo conquistando quella larga fetta di italiani che qualsiasi sondaggio ci dice essere ancora indecisi sul da farsi. Prima di tutto indecisi se andare a votare, e poi per chi tra le due coalizioni in gioco eventualmente spendere la propria preferenza. Ora, francamente non credo che l’aggressività scelta dal premier per far breccia in Confindustria, cioè in quello che – sbagliando – considera un campo nemico da conquistare o quantomeno da dividere, induca gli incerti a sceglierlo, e ancor prima ad andare alle urne. A Vicenza il Cavaliere ha parlato ai suoi, ha convinto chi era già convinto, ma dubito che gli incerti – che in misura ragguardevole sono suoi elettori (del 2001) un po’ delusi e sfiduciati – si sentano trascinati da quel tipo di performance. Naturalmente la mia è solo una sensazione, può benissimo essere che il 9 aprile io sia clamorosamente smentito. Ma, certo, il suo è stato comunque un azzardo, che in qualche modo autorizza a pensare – come ho sentito dire a Vicenza da molti imprenditori “di base” al termine della clamorosa convention – che si possa essere il segno di una crescente difficoltà e, insieme, l’impulso a creare le condizioni per “vendere cara la pelle” in caso di sconfitta.
Ma il motivo vero per cui penso che gli italiani che devono ancora decidere che fare il 9 aprile non siano stati colpiti favorevolmente dal “vaffa” indirizzato dal premier ai vertici di Confindustria è il senso di disorientamento che in essi cresce ogni giorno di fronte ad un confronto politico che è diventato una sorta di “tutti contro tutti” – tra e dentro le coalizioni – per di più combattuta con armi nucleari. Una gara alla delegittimazione reciproca che a Vicenza è stata portata agli estremi, coinvolgendo una forza sociale per definizione trasversale come Confindustria. E qui scattano le considerazioni di carattere più generale sulla mossa berlusconiana. Il Paese è già abbastanza logorato da questa contrapposizione tra “bene e male” cui con uguale responsabilità tanto il centro-destra quanto il centro-sinistra hanno trasformato il confronto politico, per aver voglia di sopportare questa ennesimo episodio di benzina sul fuoco. E, d’altra parte, se la Cdl è partita svantaggiata in questa corsa al voto non è per i meriti dell’Unione, che fatico a individuare, ma per la disillusione di chi sperava che il polo liberale (cosiddetto) uscito dalle elezioni del 2001 con oltre 100 deputati di vantaggio avesse il coraggio e la capacità di realizzare riforme che avviassero la modernizzazione dell’Italia e le dessero una chance di uscita dal declino strutturale in cui è caduta dall’inizio degli anni Novanta. Invece in molti, troppi casi è mancato tanto il coraggio quanto le capacità. Si pensi al caso dell’articolo 18: un obiettivo giusto ma lacerante, che richiedeva una decisione rapida e ferma, oppure era meglio non farne niente. Invece, il risultato è stata una guerra ideologica e nessuna decisione.
C’è poi un’ultima riflessione da fare. Questo è un paese che non si governa a strappi – specie se solo declamati – tanto più in una fase storica come questa che richiede una trasformazione profonda, e dunque prezzi da pagare non trascurabili. Chi si candida a palazzo Chigi deve sapere che non può essere vittima della diffusa attitudine al diritto di veto – penso alla Cgil durante la legislatura 1996-2001 – ma neppure interprete di uno stile un po’ machista, che tende a dividere a spaccare tutto. Sbaglia Berlusconi a tentare di dividere la Confindustria cercando di delegittimare la sua presidenza. Prima di tutto perché non gli riuscirà. E poi perché ci ha già provato con il sindacato, e il risultato è che Cisl e Uil, dopo aver firmato il patto per l’Italia senza la Cgil, oggi sono schierate contro di lui totalmente.
Il Paese ha un bisogno disperato di concordia, di condivisione di regole, e nello stesso tempo di una sana capacità di decisione. In una sola parola, di governabilità. Temo che dopo il 9 aprile, comunque vada, sarà una merce rara.

Pubblicato su Il Messaggero il 20 marzo 2005

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