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I veri furbi

Quando il "nero" è tedesco

Da noi i bigliettoni te li danno con il contagocce, anche quando sono tuoi, mentre i fratelli tedeschi si leccano il pollice e vanno di sfoglio per i pagamenti imponenti.

di Davide Giacalone - 19 giugno 2013

Per uno scherzo del vocabolario si continua a fare la guerra ai paradisi fiscali, laddove sarebbe saggio farla agli inferni. Per uno scherzo della turnazione il G8 va a discettare contro la concorrenza fiscale in Irlanda, ovvero in uno dei Paesi che ne trae il maggior profitto. E per uno scherzo dell’autolesionismo noi italiani continuiamo a maledire la nostra evasione fiscale, sentendocene moralmente colpevoli, ignorando che l’economia nera più grande d’Europa si trova in Germania, ovvero laddove sono tutti pronti a fustigare i nostri lascivi costumi.

E’ giusto che nel negoziare un’ampia zona di libero scambio, comprendente l’Unione europea e il Nord America, ci si preoccupi di evitare che sia così smaccatamente conveniente spostare le sedi giuridiche delle grandi imprese laddove le porta non il cuore, ma il fisco. I casi di Apple e Google sono i più noti e i più grossi, ma migliaia si trovano in quelle stesse condizioni. Rispettano le regole e inseguono la convenienza. Nel comunicato finale, però, si trova un numero inquietante di “si dovrebbe” e “dovrebbero” (i Paesi), sicché diciamo che parlare se ne parlò, ma oltre non si andò.

Il solo modo per bloccare questa domiciliazione artificiale, che nulla ha a che vedere con i veri centri produttivi, è quello di attenuare, se non cancellare, la concorrenza fiscale, passando per un accordo fra gli stati. L’altra via sarebbe quella del protezionismo, ovvero l’opposto del libero scambio cui si tende.

Per noi italiani è largamente conveniente e promettente sia l’accordo commerciale che quello fiscale. Siccome viviamo in un inferno fiscale ci è chiaro che quel risultato si può conseguire solo se la pressione scende. Diversamente il globo offre ancora altre opportunità. Altri paradisi preferibili agli inferni. Per far scendere la pressione si deve far scendere la spesa pubblica, per comprimere quella si deve rivedere il modello di stato sociale. Gira e rigira, si torna sempre a quel punto. Aggiungo, però, che sarebbe ben strano avere (com’è auspicabile) un’ampia zona di libero scambio con ridotta concorrenza fiscale tenendoci una grade Ue dentro cui è lecito farsi la concorrenza sui tassi d’interesse per il servizio al debito pubblico. Incontrando il presidente Usa l’Ue ha sbattuto la faccia su una delle sue intollerabili contraddizioni.

Ridurre la concorrenza su tasse e tassi d’interesse comporterebbe, secondo alcuni, un immeritato premio ai viziosi. Fra i quali noi. Solo che uno studio sulla “Shadow Economy in Europe” (l’economia ombra, alias nera), fatto da Visa (quelli della carta di credito), in collaborazione con l’università di Linz (che si trova in Austria, non in Grecia), assicura che, in termini assoluti, la più possente economia nera d’Europa si trova in Germania, ammontando a 350 miliardi di euro. Grazie a quella trovano lavoro 8 milioni di cittadini tedeschi. Ed è retta anche dall’avversione teutonica per le carte di credito, generante un 60% dei pagamenti in contanti. Proprio così: mentre da noi i bigliettoni te li danno con il contagocce, anche quando sono tuoi, mentre vieni segnalato se ritiri 1000 euro dei tuoi soldi, i fratelli tedeschi si leccano il pollice e vanno di sfoglio anche quando si tratta di pagamenti imponenti (ad esempio nel settore edilizio). Poi depositano le mazzette in banche che non intendono sottoporre alla vigilanza europea. Il lavoro Visa-Linz dice un’altra cosa, istruttiva: quando, nel 2003, quella tedesca era un’economica in grave stagnazione il peso percentuale (e anche assoluto) del nero era ancora più alto, né questo arrecava un grosso danno al fisco, visto che far girare i soldi è la precondizione perché qualcuno faccia acquisti e paghi l’Iva. Capito? Da noi il gettito Iva cala anche se aumenta l’aliquota.

Intendiamoci: il nostro nero è percentualmente più alto di quello tedesco, ma pesa meno sul prodotto interno europeo. Il che deve indurci a ritenere sbagliate alcune delle politiche che siamo stati chiamati ad applicare. Due dati (che devo a Marco Fortis) sono determinati: dal 1995 al 2011 il nostro avanzo primario non solo era un record, ma quotava il doppio di quello tedesco, i rigorosi eravamo noi; dal 2011 al 2014, restando in avanzo primario, il nostro debito pubblico cresce più di quello degli altri. Bisogna essere più che ottusi per non capire che la causa non è l’innata malandrineria, ma la gigantesca cretineria delle politiche che stiamo applicando. Noi denunciavamo gli anni in cui pagavamo in minor crescita il maggiore rigore, chiedendo tagli alla spesa anziché aumento delle tasse, ma la pochezza suicida è oggi, quando paghiamo in recessione e debito che cresce senza spingere l’economia un controproducente ossequio al dogma imposto da chi, intanto, prende un illecito vantaggio sulle nostre imprese. Eccolo, il nostro inferno fiscale. Senza neanche il pur imbarazzante vantaggio della più grande economia nera del continente.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario