ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Quando il libero mercato è imperfetto

Il nazionalismo economico a difesa dei più deboli

Quando il libero mercato è imperfetto

Quella della Cina non è concorrenza ma distruzione del mercato. E l’occidente rischia il declino

di Angelo Rossi - 06 maggio 2008

Oggi, almeno noi in occidente, crediamo al libero mercato e ai suoi benéfici effetti, ma dovremmo chiederci con maggior rigore che cosa esso veramente sia, o meglio in che clima economico e sociale deve vivere per dare i risultati attesi. Addirittura il mercato concorrenziale l"abbiamo dilatato al massimo con la globalizzazione, vedendo in questa magica parola l"inevitabile destino dell"umanità. Però esistono studiosi come John Culbertson (economista americano n. 1922) che dopo aver creduto per tutta la vita nella libertà di scambio, si sono ora rivelati irriducibili protezionisti, sostenendo che il libero mercato mondiale per funzionare bene ha bisogno di situazioni uniformi e meccanismi corretti, non di una concorrenza sleale che potrebbe distruggerlo o ucciderlo.

Non vi è possibilità di concorrenza con la Cina dato l"enorme divario dei costi di produzione. Un Paese a basso reddito che sta togliendo lavoro agli occidentali i quali restano impassibili nel lasciarsi impoverire per l"illusione di alcuni grossi industriali che vedono in quel mastodontico mercato orientale un grande futuro per i loro articoli. Quale errore, evidentemente non si conosce lo spirito nazionalista di quel popolo che lascerà entrare nel suo territorio prodotti esteri solo fino a quando non sarà pronto a produrseli direttamente, imitando o copiando. Più o meno lentamente l"economia occidentale crollerà verso un declino storico irrecuperabile per colpa di questo libero mercato globale che mette in concorrenza lavoratori a 1.500 $ al mese con altri a 100 $. Anzi i 1.500 $ diventano 3.000 se si considera anche il costo previdenziale. E non aspettiamoci che in tempi brevi i salari cinesi aumentino visibilmente. Là c"è il comunismo politico e quindi non vi sono sindacati, inoltre lavorano meno di 200 milioni di operai su una popolazione di un miliardo e mezzo. Altro che riserva di manodopera che calmiera il costo del lavoro. Un vero sfruttamento dei dipendenti attuato, come nemesi storica, in un Paese comunista, con una incredibile inversione della storia.

Per noi liberisti, le barriere doganali sono sempre un danno. Ecco, l"errore sta proprio nella parola "sempre". Quella della Cina non è concorrenza, è solo distruzione del mercato e questo problema che dovrebbe creare un"ampia animazione tra gli economisti, è stato solo sfiorato da Tremonti nel passato periodo in cui era ministro. Oggi, chi sostiene la necessità di qualche protezione, viene subito tacciato d"ignoranza, di vetustà mentale, d"incompetenza del settore, tirandosi addosso insulti e attacchi quasi viscerali. Al mondo nulla è perfetto, nemmeno il principio del libero mercato che pure ha una gran quantità di meriti, tuttavia in particolari circostanze anch"esso fallisce, oppresso da una concorrenza distruttrice. Quante sono, anche a guardare solo l"Italia, le aziende che hanno dovuto chiudere definitivamente o quelle che hanno delocalizzato i loro stabilimenti in Cina, in India, in Romania pensando a un considerevole e immediato incremento di utili, ma lasciando a casa una innumerevole quantità di operai?

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario