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Una sentenza giusta, ma non esemplare

Quando i plausi fanno paura

Caso Thyssenkrupp: il processo non solo non è concluso, ma non è neanche a metà

di Davide Giacalone - 18 aprile 2011

Non mi piace il modo in cui è stata accolta e commentata la sentenza di primo grado circa le responsabilità per la morte, il 6 dicembre 2007, di sette operai, presso lo stabilimento torinese della Thyssenkrupp. Mi mette a disagio il tripudio per le condanne e il ricorrere d’aggettivazioni sconvenienti, come “esemplare” ed “epocale”. So bene che questo disagio può suonare assai sgradevole a molte orecchie, può essere considerato offensivo dinanzi al dolore provocato da quell’incidente, ma non si va da nessuna parte inseguendo le emozioni. E, del resto, le opinioni non devono essere solo musica facile e orecchiabile.

I fatti accertati nel giudizio di primo grado sono gravissimi. La responsabilità degli amministratori enorme. Non si tratta solo del rispetto generale delle norme di sicurezza, ma dell’avere scelto di rinviare i necessari interventi a dopo la prevista chiusura (e trasferimento) di quella linea di produzione. Tale decisione è costata la vita a sette persone. Sette lavoratori. Sarebbe potuto non succedere, certamente, ma rinviando gli interventi la direzione aziendale aveva messo nel conto una diminuzione significativa della sicurezza, al di sotto dell’accettabile e dello stabilito dalle norme. La condanna, pertanto, ove questo quadro sia confermato, è meritata. Ma, appunto, non è ancora avvenuta. La sentenza di primo grado sarà certamente appellata e il processo, e tale deve essere inteso l’intero percorso, non solo non è concluso, ma non è neanche a metà.

Capisco i parenti delle vittime, che in Corte d’Assise hanno applaudito. Capisco, benché non mi piacciano, nelle aule di giustizia, né gli applausi né le proteste. Il processo è un rito, celebrato secondo regole fredde, ove la procedura è parte stessa della giustizia, la quale è resa solo alla fine. Lo stabilisce la civiltà, e lo fissa l’articolo 27 della Costituzione, secondo comma: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Capisco meno chi, avendo posizioni di pubblica responsabilità, s’è precipitato a dire che è stato fissato un principio che costituisce un precedente.

Con ciò riferendosi all’accoglimento del concetto di “dolo eventuale”, mediante il quale si trasforma in omicidio volontario una già grave responsabilità. Su tale linea si sono ritrovati il pubblico ministero (ed è comprensibile, perché rappresentante dell’accusa) e anche uomini di governo (il che non è affatto giustificabile, specie se si passano le giornate a considerare persecutoria e ideologizzata l’azione di taluni magistrati).

A tutti ricordo che un precedente, nel nostro ordinamento, non ancora anglosassone, diventa tale quando lo stabilisce la Corte di cassazione, mentre un giudizio di primo grado è ben lungi dal poter segnare una via cui altri debbano attenersi.

Mi spaventa anche il plauso all’esemplarità della pena, così intendendosi la sua severità. La pena deve essere giusta, non esemplare. Il concetto stesso d’esemplarità è la negazione del diritto, perché si riferisce non alla punizione di un reato, commisurata al danno arrecato, ma all’educazione di chi osserva. Roba da stato etico, o da giustizia divina. Il plauso unanime dei commenti dovrebbe allarmare, indurre il disagio che avverto. Non perché la sentenza debba essere considerata sbagliata, ma perché la allinea al comune sentire, laddove, invece, l’aula della Corte dovrebbe attenersi a ben altri criteri. Il plauso è certamente ammesso, come anche la critica (è inquietante che sfugga, o si neghi, l’indissolubile nesso), ma a sentenza definitiva, non ad avanzamento dei lavori.

Il valore dell’“esempio” è stato invocato anche circa il capitolo della sicurezza nel luogo di lavoro. Qui capisco anche il silenzio di Confindustria, ma non tutto quel che si capisce è giustificabile. Nel caso specifico, ancora pendente, potrebbe starci il legame fra decisione presa e dolo, sicché si giunge all’omicidio voluto, ma tale passaggio è da considerarsi esemplare per tutti? Troppo facile rispondere affermativamente, tropo scontato.

Perché non provate a fare i conti con le norme di sicurezza che la legge impone anche ai lavori più banali? Difficile immaginare che un solo cantiere resterà aperto, se chi lo apre deve mettere nel conto d’essere un potenziale omicida.

Con il che non si vuol sostenere che la sicurezza dei lavoratori sia cosa di poco conto. Lo scrivo non per difendere me stesso dalle facili accuse, ma per difendere tutti noi dagli sbandamenti pericolosi. Il profitto non giustifica rischi inammissibili, ma la cancellazione del rischio non può giustificare la miseria. E’ un concetto banale, conosciuto da tutti quelli che lavorano in proprio. Conosciuto anche dagli altri, ma sottovalutato da quanti si sono lanciati in dichiarazioni che hanno consentito loro, sulla scia di sette morti e una sentenza provvisoria, di conquistare la visibilità.

Se la sentenza di primo grado si rivelerà giusta, spero sia confermata. Se la pena sarà considerata equa, spero sia scontata. Sono passati tre anni e mezzo, da quel tragico giorno, e si dice che il processo è stato veloce. Vero, secondo gli incivili standard italiani. Ma falso in generale, perché oggi avremmo potuto avere la sentenza definitiva. Che non c’è, né possiamo far finta di non saperlo.

Pubblicato da Libero

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