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Diamo sostanza al federalismo fiscale

Quando i conti non tornano

L’evasione è sintomo dell’eccessiva pressione fiscale e dell’oppressione burocratica

di Davide Giacalone - 20 maggio 2011

Perseguire gli evasori fiscali e scucire loro il dovuto è cosa buona e giusta, ma … ma se per dire quel che segue si deve cominciare con una simile banalità vuol dire che siamo messi male. E lo siamo. La lettura della circolare numero 21, con la quale l’Agenzia delle Entrate ha iniziato la settimana, mette qualche brivido. E spiega molto di più di quanto non possano fare fiumi d’analisi a capocchia sul voto amministrativo: il cittadino, come le imprese, sono a disposizione dello Stato, ma non viceversa. La cosa, credetemi, non diffonde serenità e riconoscenza.

L’evasione fiscale, diffusa ovunque e prepotentemente forte in alcune regioni, segnala inefficienza dello Stato, persistenza di mercato nero, terreno di coltura per la criminalità e, alla lunga, perdita di sovranità su interi territori e attività. Non si può che combatterla. Ma, qualche volta, si ha la sensazione che la trincea venga scavata a casa e in azienda delle persone normali, magari non proprio totalmente in regola, ma oneste, mentre la tregua regni laddove agiscono le bande. L’evasione, inoltre, è anche un sintomo dell’eccessiva pressione fiscale e dell’insopportabile oppressione burocratica.

E’ vero che non pagando le tasse si ha un vantaggio competitivo, o maggiori soldi da spendere in vizi e consumi, ma è anche vero che si corre un rischio. Se quest’ultimo è inferiore al costo della regolarità, ecco che solo la moralità o il prelievo alla fonte possono trattenere il contribuente. E non va affatto bene.

L’Agenzia delle Entrate agisce in sinergia con Equitalia. Il cittadino riceve avvisi di pagamento che si riferiscono a pratiche il cui numero non dice un accidente. Non solo devo farmi venire le palpitazioni, non solo devo correre a pagare, ma devo essere io a premurarmi di capire il perché. Non è giusto: vuoi dei soldi da me? dimmi tu il perché e il per come. Se mi chiedono dei soldi e ritengo che non siano dovuti cerco di oppormi, da quel momento il fisco mi considera non in regola.

Se non sono in regola e devo avere altri soldi dallo Stato questo si rifiuta di darmeli. Quindi: per il solo fatto di essermi opposto a quello che considero un sopruso, o di non avere pagato una rata, lo Stato mi nega soldi cui ho diritto. Potrebbe anche andare bene, se fosse reciproco: visto che lo Stato è un pessimo pagatore, facendo attendere tempi intollerabili, al momento di pagare le tasse non verserò un tallero, perché la controparte non è in regola. Questo sarebbe un rapporto equo, in un’Italia equa, ma non è così che stanno le cose, e mi mandano Equitalia.

Dal primo luglio prossimo gli avvisi d’accertamento emessi dall’Agenzia delle Entrate diventeranno esecutivi entro 60 giorni. Già dopo 30 la riscossione sarà affidata ai concessionari, vale a dire che il cittadino e le aziende saranno messi nelle mani di privati che puntano ai loro denari. Nel decreto sviluppo (bel nome, proprio adatto!) hanno acconsentito a che sia sospeso il pagamento del 50%, ma solo per 120 giorni, se richiesto. Salvo che i tempi della giustizia fiscale mica li detta il cittadino.

Tutto questo, e altro ancora, fa un baffo alla camorra o alla ‘ndrangheta, tanto quelli riciclano denaro che viene dal crimine, ma ammazza le imprese che i soldi li prendono in banca (senza prima mascherarsi) e le famiglie che si vedono taglieggiare da quell’imposizione fiscale parallela che sono le multe. Per giunta con un sistema dove il mancato pagamento innesca un crescendo rossiniano d’interessi, che se fosse praticato all’angolo del vicolo si chiamerebbe strozzinaggio. Chi vive nel mondo reale queste cose le conosce, sicché spesso pesano più dei presunti toni delle campagne elettorali, o delle esercitazioni in scurrilità comiziante.

Torniamo alla banalità iniziale: contrastare l’evasione è giusto. Vero, ma la politica consiste nello spiegare qual è la parte piacevole e collettivamente rilevante. Perché se serve solo ad alimentare la spesa pubblica, sospetto che anche gli evasori potrebbero contare su una certa popolarità. Allora, prima di tutto il governo faccia la cortesia di presentare la tante volte annunciata riforma fiscale. Non la cancellazione di una tassa e l’innalzamento dell’altra: la riforma. Giulio Tremonti ha più volte detto di volere spostare la tassazione dalle persone alle cose. Che significa? Forse: smettiamola di tassare i redditi e tassiamo i consumi, con il che non servono più neanche gli accertamenti. Siccome, però, questo non è un gioco d’indovinelli, chi governa abbia la compiacenza di calare le carte. Grazie.

Poi si dia sostanza a quell’altra cosa misteriosa: il federalismo fiscale. Più o meno dovrebbe essere: i soldi restano nei pressi del contribuente. Posto che il debito e la spesa pubblica ciucciano via quasi tutto, ho l’impressione che resterà poco. Ma, comunque, vediamo. Se non si passa al concreto, però, la gente ha diritto di credere che possa essere qualche cosa di simile al dissennato federalismo sanitario, introdotto dalla sciagurata riforma del 1999 (Bindi) e santificato dall’orrenda riforma costituzionale del Titolo quinto, 2001 (maggioranza di sinistra), il cui risultato è: debiti fuori controllo, tangenti a manetta (ma con poche manette), professionalità umiliate, clientelismo sistemizzato e malati che lasciano le regioni del sud per farsi curare al nord. Aridatece Tiziano Tersilli.

Pubblicato da Libero

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