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Una classe dirigente da valorizzare e rispettare

Quando essere manager è motivo di orgoglio

I crac finanziari e gli stipendi “vergogna” di pochi diventano motivo di “gogna mediatica” di tutta la categoria

di Cinzia Giachetti* - 06 aprile 2009

Il Corriere della Sera pubblica venerdì 3 aprile 2009

il reddito medio degli italiani è di 18.324 euro. È quanto risulta dalle ultime dichiarazioni dei redditi disponibili (dichiarazioni 2007 su anno d"imposta 2006), diffuse dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell"Economia. Il reddito complessivo è aumentato rispetto all"anno precedente del 5,7%. OLTRE 3 SU 10 CON MENO 10.000 EURO - Il 35% dei contribuenti italiani dichiara un reddito inferiore a 10.000 euro. I più ricchi del Paese, coloro cioè che dichiarano oltre 100.000 euro, sono lo 0,9% del totale e sopra i 70.000 euro è appena il 2% degli italiani. La fascia di reddito più consistente è quella tra i 10.000 e i 40.000 euro (58,4%). Il 51% dell"Irpef è pagata dunque dal 10% dei contribuenti con i redditi più alti.

Sono una dirigente industriale e anch"io mi riconosco tra quello 0,9% perchè supero di poco i 100.000 euro lordi all"anno. Mi sono definita dirigente per distinguermi dal quel termine di "Manager" che mette insieme chi come noi ha una carta di valori che vanno dalla meritocrazia, all"etica, alla responsabilità, da chi invece ha stipendi di lusso e bonus milionari, non corrispondenti a performance di particolare valore, ma anzi la “premialità” sembra dettata dai risultati negativi. Detto questo sono orgogliosa di essere tra i maggiori contribuenti del nostro sistema paese, ma vorrei 2 cose: la prima che lo Stato spendesse meglio e togliesse gli sprechi, a cominciare dalla Province, per evitare che siamo sempre noi a pagare e che quindi aumenti la pressione fiscale a chi le tasse le paga da sempre e salate; la seconda che siano attivati meccanismi di detrazione delle spese in tutti quei settori dove oggi esiste un maggiore evasione fiscale (idraulici, falegnami, muratori, ecc. ecc.).

Creare conflitto di interessi tra chi compra e chi vende e’ l’unico modo per stanare la vera evasione fiscale. Abbiamo capito tutti che anche gli studi di settore non vanno a scovare i veri e grandi evasori ma solo a tartassare i piccoli imprenditori e professionisti che già pagano salato, ma ai quali viene richiesto di più anche perché una percentuale va in tasca ai funzionari delle Agenzie delle Entrate.

Sento però il bisogno di fare chiarezza sulla classe dirigente che ritengo di rappresentare personalmente e con le cariche assunte all’interno di FEDERMANAGER, l’Associazione dei dirigenti delle Aziende Industriali. Mai come oggi, che stiamo vivendo una crisi economico-finanziaria senza precedenti, i Dirigenti dovrebbero essere considerati una risorsa per il paese e soprattutto per le piccole e medie imprese che hanno bisogno di personale qualificato per superare la crisi puntando su innovazione e sviluppo di nuovo business.

Federmanager è un serbatoio di competenze e professionalità, disponibili ad accettare la sfida e a mettersi in gioco, ma rifiutiamo ogni forma di demagogia e di strumentalizzazione che appare sui giornali e che è argomento di discussione nei talk-show televisivi. I crac finanziari e gli stipendi “vergogna” di pochi diventano motivo di “gogna mediatica” di tutta la categoria.

Probabilmente anche i sequestri lampo di manager recentemente riportati sui giornali sono uno degli effetti di questa demonizzazione mediatica. Alimentare poi l’ipotesi di nuove tasse per i redditi al di sopra di 120.000 euro lordi all’anno e’ il solito modo, tipico della sinistra, di fare cassa con la scusa di aiutare i più deboli mentre si deve coprire i buchi degli sprechi dello Stato.

Noi dirigenti industriali abbiamo un contratto nazionale che prevede una retribuzione annuale di 70.000 euro lordi e che tutto quello che riusciamo a prendere in più fa parte della cosiddetta “quota variabile” legata a risultati produttivi ben precisi e che si ottengono grazie alle capacità di conciliare le nostre parole chiave, rischio, meritocrazia, responsabilità e etica. Noi dirigenti di Federmanager siamo già impegnati molto nel sociale e ad aiutare i più deboli sia attraverso la VISES, la nostra ONG di riferimento, sia attraverso lo 0,30 delle retribuzioni che versiamo all’INPS e che accumula 30 milioni di euro annui, di cui noi non siamo i beneficiari. Esistono poi iniziative di singoli o gruppi di dirigenti che attraverso le federazioni territoriali attivano molti progetti di solidarietà.

E’ con questo spirito di collaborazione nel sociale che i dirigenti rappresentati da Federmanager operano, e rifiutiamo pertanto ogni campagna denigratoria nei nostri confronti e ogni ipotesi di aumento della pressione fiscale che già riteniamo essere molto elevata. Bene ha fatto Obama a aumentare la pressione fiscale per grandi redditi negli Stati Uniti, ma non ci dimentichiamo che loro hanno aliquote fiscali tra il 25% e il 30%.

Un paese serio dovrebbe valorizzare e rispettare la classe dirigente come la nostra. Dai dati di Federmanager nel 2009 perderanno il posto di lavoro circa 9.000 dirigenti, che ricordiamo non sono protetti da nessun articolo 18 e quindi non hanno alcuna tutela per la perdita del posto di lavoro.

Noi non faremo sequestri lampo di imprenditori, politici e governanti ma vorremmo una attenzione maggiore alla nostra categoria. Abbiamo bisogno di poter utilizzare le risorse dei nostri enti bilaterali per poter riqualificare e ricollocare nel mercato del lavoro preziose risorse e competenze professionali, a vantaggio di tutto il nostro sistema economico, ma soprattutto della Piccola e Media Impresa.

*Cinzia Giachetti
Direttore Consorzio Pisa Ricerche
Presidente Progetti Manageriali s.r.l.
Presidente Federmanager - Pisa

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario