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Crisi grave sì, ma non di dimensioni epocali

Quando e come finirà?

Le ragioni che ci permettono di guardare con prudente ottimismo al futuro

di Enrico Cisnetto - 17 settembre 2008

Dopo la seconda giornata nera, inevitabile ma tutto sommato meno pesante di quanto si temesse, che ha generato panico in tutti i mercati finanziari del mondo – da quello americano, dove la potente e una volta solidissima compagnia di assicurazione Aig è ormai candidata al prossimo crack, alla Borsa russa, letteralmente crollata (-11,5% l’indice espresso in dollari, -17,45% quello in rubli) – ora la domanda che assilla operatori e risparmiatori è una sola: quando e come finirà? Per tentare di dare una risposta credibile, prima cerchiamo di “pesare” quanto è successo fino ad oggi dai primi dell’agosto 2007, quando lo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime ha dato fuoco alle polveri della crisi finanziaria, e poi mettiamo in fila sia gli elementi che fanno pensare ad altri fallimenti e dunque ad un protrarsi dell’attuale situazione, sia quelli che invece inducono a credere che siamo vicini alla fine del tunnel. Se prendiamo come parametro la capitalizzazione delle principali Borse del mondo, vediamo che in 13 mesi sono stati “bruciati” 1,6 trilioni di dollari (di cui 200 miliardi di euro, 140 miliardi di dollari al cambio di ieri, nella sola Piazza Affari). Una cifra imponente, ma che è ancora ben lontana dai 9 trilioni di dollari persi a livello globale con la crisi precedente, lo scoppio tra il 1999 e il 2000 della bolla della new economy. Una constatazione, questa che può far presumere si tratti di una crisi molto meno grave di quella di nove anni fa, ma anche che siamo solo all’inizio e che c’è spazio per delle ulteriori ondate ribassiste. Ma questa stessa doppia valutazione, solo che rovesciata, si può dare della cifra spesa in questi 13 mesi dalle principali banche centrali per mantenere la liquidità sui mercati, che risulta essere circa doppia dei 300 miliardi di euro usati nel 2001 da Fed, Bce e istituti minori per evitare che l’attacco terroristico dell’11 settembre si trasformasse in una catastrofe finanziaria planetaria (che probabilmente era uno degli obiettivi di Bin Laden). Dunque, siamo di fronte ad una crisi grave, ma non di dimensioni epocali, anche perchè finora si è trasferita in misura relativamente contenuta sul terreno dell’economia reale, tanto che chi si aspettava la recessione negli Stati Uniti ha avuto torto (almeno per ora). E che pure induce alcuni – dal ministro Tremonti, che non esita a fare paragoni con il 1929, al direttore generale del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn, che parla di “crisi senza precedenti” – a ritenere che siamo ben distanti dal momento in cui si potrà scrivere la parola fine a tutto questo. In effetti a sostegno di questa tesi “pessimista” militano diversi indizi. Primo: la vicenda Aig – per la quale si parla con insistenza di un salvataggio pubblico, anche se questa eventualità è stata bollata come “azzardo morale” dal candidato repubblicano alla Casa Bianca John McCain – ma pure il crollo del 70% degli utili trimestrali della Goldman Sachs, indicano che potrebbe esserci altra “polvere sotto il tappeto”, e che dunque altri crack clamorosi come quello della Lehman non sono da escludere. Secondo: la psicologia collettiva è ancora pienamente negativa, sia per il protrarsi nel tempo della crisi, sia soprattutto per il fatto che appare evidente una opacità, quando non peggio, nel comportamento dei banchieri. Terzo: la crisi si allarga anche ai mercati emergenti, dalla Turchia al Brasile, passando per la Russia, dove la Borsa ha subito un pesante tonfo per le voci di un possibile default nientemeno che di Gazprom, gravata da oltre 61 miliardi di dollari di debiti. Viceversa, ci sono altrettante ragioni per guardare con prudente ottimismo al futuro. La prima è che l’andamento dell’economia reale, registrato dal pil mondiale e da quelli delle macro-aree e dei diversi paesi, si mantiene discretamente buono – purtroppo con l’eccezione dell’Italia – anche perchè il temuto credit crunch che avrebbe dovuto assorbire tutta la liquidità e rendere impossibili gli investimenti, finora ha sì rarefatto la disponibilità di credito, ma ha anche consentito di scremare i business, togliendo di mezzo molti azzardi. La seconda è individuabile nel prezzo del petrolio, che in questi due giorni di turbolenza finanziaria ha mantenuto la rotta del ribasso, tanto che ieri è sceso sotto la soglia dei 90 dollari al barile. Infine, fa ben sperare l’azione delle banche centrali: dalla liquidità immessa dalla Bce, ancora ieri 70 miliardi di euro, alla fermezza della Fed, che di fronte ad un attesa un po’ disfattista di un ribasso dei tassi, a sorpresa ieri sera ha deciso di mantenerli al 2%. E poi, come dicono gli operatori più scafati, in 13 mesi di crisi non c’era ancora stato un solo “cadavere” – visto che la banca inglese Northern Rock e le gemelle dei mutui americani Fannie Mae e Freddie Mac sono state nazionalizzate – ma ora che è passato quello della Lehman, e domani forse quello della Aig, altro non può più capitare.

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