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Fine della crisi? No. È solo il “rallentamento del peggioramento”

Quali sono gli effetti pesanti nei Paesi emergenti?

La via da seguire passa attraverso il riavvio delle riforme strutturali

di Angelo De Mattia - 28 aprile 2009

C’è voluto l’intervento di Mario Draghi alla riunione del Development Committee della Banca mondiale per porre al centro delle riflessioni, il 26 scorso, gli effetti pesanti che la crisi finanziaria avrà nei Paesi emergenti: un argomento che finora le istituzioni finanziarie internazionali dell’Occidente avevano sovranamente trascurato.

E’ singolare, d’altro canto, l’impostazione quasi marginale con la quale i nostri mass media hanno seguito gli incontri di Washington del G7, del G20, del Fondo monetario internazionale (Fmi) e dalla Banca mondiale.

E’ il “rallentamento del peggioramento” il giudizio, di Draghi, che sintetizza meglio la evoluzione della situazione economica e finanziaria, ma non va trascurata la frase del Presidente della Banca centrale cinese, secondo il quale saremmo in presenza di un poetico “squarcio tra le nuvole”. Da ricordare pure il riferimento ad “alcuni segnali positivi” enunciato dal Segretario al Tesoro Usa, Tim Geithner. Nulla, però – nonostante si sia detto che l’apocalisse, prima immanente a ogni pie’ sospinto, ora sia scomparsa, in contraddizione con la radice greca del suo nome – che autorizzi a confidare in un superamento delle gravi difficoltà a breve termine, comunque entro l’anno, essendo le decisamente prevalenti stime convergenti nell’indicare il 2010 come l’anno di una possibile svolta.

Nei concetti espressi da Draghi nella veste di Presidente del Financial stability board – la sintesi migliore dei lavori di Washington – il punto di attacco è ancora la necessità della rottura del circolo vizioso tra sistema finanziario ed economia reale. Deriva da qui il dovere di ripulire, a livello globale, i bilanci delle banche dai titoli tossici, ma anche di unificare i sistemi di contabilità, europeo e statunitense, monitorare e sorvegliare gli hedge fund, estendere la vigilanza a tutti i soggetti suscettibili di provocare rischi sistemici.

Fondamentale è la riconduzione a unitarietà dei criteri contabili, come si è detto, dopo che si è potuto osservare che gli Usa hanno improvvisamente allentato il principio del mark to market, consentendo così valutazioni meno legate alla situazione attuale di mercato – con la conseguenza che ci si chiede se effettivamente alcune banche americane stiano meglio o se si tratti soltanto di una metaforica alterazione del termometro – mentre in Europa l’Organismo contabile si attesta su posizioni massimamente restrittive, con conseguenti gravi problemi per banche e intermediari finanziari.

Anzi, sarebbe, questa, proprio l’occasione per sottoporre a verifica il funzionamento di strutture di categoria come il suddetto Organismo, sostanzialmente a base non pubblicistica, le cui decisioni influenzano poi la vita economica e finanziaria della Comunità. Così come andrebbero approfondite, al di là della pure importante normativa recentemente approvata dal Parlamento europeo, le impostazioni delle società di rating in materia di applicazione dei criteri in questione. Di pari rilievo è il previsto intervento sugli hedge fund, da tempo auspicato e, tuttavia, finora non tradottosi in azioni coerenti.

Alcuni degli impegni previsti negli incontri di Washington potranno essere assolti direttamente dal Board della stabilità. Nel complesso, si tratta, dunque, di indirizzi non fumosi come quelli, continuamente riconfermati, su nuove regole, ancora astratte, per non dire dell’aspirazione, momentaneamente accantonata, a una nuova Bretton Woods. Sarebbe, invece, il momento dell’agire con più decisione, come del resto stanno facendo gli Usa, i quali di recente hanno ultimato gli stress test su 19 banche, che saranno resi noti il 4 maggio.

Le nuove regole sono, sì, base per la fiducia. Ed è importante che si tenga a Roma, l’11 maggio, la preannunciata riunione di giuristi internazionali su questo tema. Ma è necessario che almeno le nuove regole che riguardano i fenomeni negativi più eclatanti (non la nuova architettura globale) sopravvengano tempestivamente. Diversamente, ci si limita soltanto a un’attesa indefinita, con la conseguenza che si pone, anche per le limitate regole che sono in vigore a livello globale, l’interrogativo dantesco “chi pon mano a elle?”.

I problemi, dunque, che, dopo il G20 di Londra e dopo quello di Washington, diventano stringenti riguardano soprattutto la verifica del concreto recepimento degli indirizzi deliberati negli ordinamenti dei singoli Paesi. E, prima ancora, la necessità, per superare il richiamato circolo vizioso, di agire anche sul versante dell’economia reale, proseguendo nel contrasto della recessione (nel corso degli incontri il rischio della deflazione non è stato ritenuto del tutto superato) e sostenendo le politiche per la crescita.

Insomma, pur essendo quello finanziario il settore da cui si è scatenato il marasma, oggi, come ormai dovrebbe essere ben noto, non è sufficiente agire soltanto su di esso ma, per consentire la ripresa dei flussi di credito, occorre operare non solo sull’offerta, ma anche sulla domanda di finanziamenti, avuti presenti la situazione di molte imprese nonché il deterioramento in atto della qualità del credito.

E’, questo, un compito della politica economica nei diversi Paesi. Un impegno che si accentua se si tiene conto dei riverberi della crisi nei Paesi poveri. Sarebbe gravemente errato se, viste le stime del Fmi su deficit e debito, ci si dovesse fermare, per esempio in Italia, in nome della sicurezza dei conti pubblici, ad attendere lo sviluppo degli eventi. Esiste un’altra via, che è quella di affrontare finalmente le riforme di struttura, preparandosi così anche per la fase nella quale si comincerà a venir fuori dalla crisi.

Rassicura quanto Draghi ha detto a proposito della situazione del sistema bancario italiano. Ma, quanto ad altri interventi di esponenti di Governo che si sono susseguiti in queste settimane, va osservato che non è certo un atteggiamento di schaudenfreude (di chi si sente tranquillo per i gravi problemi degli altri) quello da tenere in questa fase: al di là di ogni altra considerazione, un tale atteggiamento trascura i peculiari mali strutturali della nostra economia che sono aggravati dalla crisi.

Un riavvio delle riforme strutturali consentirebbe ulteriori interventi discrezionali antirecessione, che sono tuttora fondamentali per la non certo cessata situazione di difficoltà di molte imprese e per l’accrescersi, nel mercato del lavoro, delle situazioni di precarietà.

In definitiva, gli incontri primaverili di Washington sono importanti in sé; ma lo sono ancor più se a essi seguono coerenti comportamenti nei diversi Paesi e se, per quanto riguarda le condizioni dei Paesi poveri, costituiscono l’inizio di una seria, organica politica globale nei loro confronti.

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