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Il ritmo di espansione dell’economia nel 2010

Quali le terapie di ripresa?

“Moderato”, “discontinuo” e “incertezza”: le parole chiave del Bollettino economico della Bce

di Angelo De Mattia - 22 gennaio 2010

“Moderato”, “discontinuo” e “incertezza” sono le parole – chiave del Bollettino economico mensile della Bce diffuso ieri che qualificano, nell’ordine, il ritmo di espansione dell’economia nel 2010, il processo di recupero che probabilmente si verificherà e le prospettive che, appunto, sono soggette a incertezza.

Ma più pesante è la stima della disoccupazione nell’area dell’euro che, nell’anno in corso, dovrebbe seguitare ad aumentare, attenuando la crescita dei consumi. Più in particolare, la Bce ritiene che incombano rischi bilanciati, alcuni al rialzo, quali gli effetti delle misure di sostegno che potrebbero risultare migliori di quelli previsti, il clima di fiducia, l’evoluzione dell’economia mondiale, etc., altri al ribasso, quali rincari del petrolio e delle altre materie prime, interazioni negative maggiori di quanto ci si attende tra economia reale e settore finanziario, più forti misure protezionistiche, etc.

La posizione dell’Istituto monetario è molto cauta, non é certo espressione di un vacuo ottimismo, ma valorizza sia le tendenze in atto nell’eurozona – l’inversione del ciclo delle scorte, la ripresa delle esportazioni - sia gli effetti degli aiuti pubblici sinora erogati e le misure adottate per il ripristino del funzionamento del sistema finanziario. Le aspettative di inflazione sono pienamente in linea con l’obiettivo di mantenere la crescita dei prezzi su livelli inferiori ma prossimi al 2 per cento nel medio periodo.

Quanto alle misure straordinarie, la Banca centrale continuerà ad attuarne il graduale rientro, non sembrando così necessarie come in passato. La liquidità erogata sarà riassorbita quando necessario, né più né meno dell’espressione adottata dal presidente Trichet nella sua recente conferenza-stampa dopo la riunione del Consiglio Direttivo. Il livello dei tassi di riferimento, in definitiva, continua ad essere adeguato. In questo quadro d’insieme, vi sono due aspetti che, in aggiunta alla stima della disoccupazione, destano particolare preoccupazione.

Uno riguarda la crescita negativa dei presti bancari, la risultante di un ritorno a tassi di espansione positivi per i crediti alle famiglie e di una ulteriore accentuazione della contrazione dei finanziamenti alle imprese non finanziarie, conseguenza anche della incertezza delle prospettive che frena la domanda di prestiti da parte di queste ultime. Di qui la necessità che gli istituti di credito si impegnino di più nell’assicurare la disponibilità dei finanziamenti al settore non finanziario e, a tal fine, rafforzino, in particolare, il loro patrimonio. Dal canto suo, la Bce proseguirà nella linea di sostegno al credito a favore del sistema bancario, pur con le precisazioni sulla progressiva rimozione delle misure non convenzionali.

L’altro elemento di preoccupazione riguarda lo stato dei conti pubblici di molti paesi dell’area dell’euro. Il mantenimento di elevati livelli di disavanzo e di debito frenerebbe gli investimenti, accentuerebbe le pressioni sulla politica monetaria, minerebbe la credibilità del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Ecco, allora, la terapia: affrontare la riforma della spesa. In considerazione di questa analisi e di questi indirizzi, va da sé che la Bce scriva che la promozione di sgravi fiscali debba essere decisa solo per il medio periodo, quando la finanza pubblica avrà recuperato margini sufficienti di manovra. Sarebbe, dunque, improprio utilizzare questo richiamo per affermare che così viene legittimato il “non facere “, in Italia, in materia di tagli delle imposte. C’è una stretta connessione tra questa eventuale operazione e la riforma della spesa.

Certo, se si ritiene che quest’ultimo fronte non possa essere aperto, allora ne consegue l’inderogabilità della linea Trichet , per non provocare conseguenze assai dannose, a partire da un possibile vulnus della credibilità dello Stato di onorare il proprio debito. Ma deve essere chiaro che ciò accade non perché sia ineluttabile, ma perché non si vuol promuovere una chiara innovazione di politica economica che riguardi l’entrata e la spesa. Ed è altrettanto chiaro che la cosiddetta messa in sicurezza dei conti pubblici, pur necessaria, è poca cosa, se non si recupera “ un sufficiente margine di manovra “ nel bilancio. Dunque, attenzione a non pensare di beneficiare di una sorta di copertura della Banca centrale che vi potrà essere solo nel senso di attestarsi sul minor danno, cioè dell’invito a non ridurre le imposte, se il bilancio è in sofferenza e – qui è il punto - non si fa nulla per ovviarvi.

L’Istituto di Francoforte, oltre che sull’esigenza di ristrutturare il settore bancario – ristrutturazione che parla assai poco al nostro sistema in condizioni migliori di molti altri - insiste molto sul riequilibrio dei conti pubblici che dipende anche da norme nazionali adeguate, da un regime di trasparenza delle procedure di bilancio, da statistiche complete e affidabili ( con un implicito, ma evidente richiamo alla situazione greca).

Insomma, torna la ricetta della rivisitazione della finanza pubblica e del riavvio delle riforme di struttura, con particolare riferimento al mercato del lavoro e dei beni e dei servizi. Il tutto, con l’esplicitazione della filosofia di fondo: la realizzazione di una economia sociale di mercato competitiva, come voluto dal Trattato. Se si mettono insieme il recente Bollettino trimestrale della Banca d’Italia e quello della Bce si rinviene una messe di dati, di analisi, di stime, di possibili indirizzi che dovrebbe suscitare un ben diverso confronto sulla politica economica che, per ora, si sviluppa stancamente, con raffronti quotidiani con le economie che si trovano in condizioni peggiori di quella italiana accompagnati da un conseguente senso di soddisfazione per le posizioni in classifica di questa o quella graduatoria; per contro si attribuisce scarso peso alle graduatorie nelle quali la nostra situazione è peggiore di moltissime altre. Insomma, al di là di orpelli parascientifici, sembra prevalga la linea – da parte di questo o quello “ adiectus solutionis causa “, non dei membri del Governo, troppo avveduti per farlo in prima persona – secondo la quale da noi si pretenderebbe troppo, perché basta vedere come altri stanno ( non sempre gli stessi, ma quelli più utili ai raffronti per farci primeggiare ).

Mai in questi dispensatori di successi a buon mercato un accenno alla necessità di affrontare finalmente una strategia incisivamente riformatrice, quasi che vivessimo nel migliore dei mondi possibili. E, invece, sarebbe il momento di porsi l’obiettivo di non continuare indefinitamente la navigazione a vista e di affrontare il tema di come uscire completamente dalla crisi avendo avviato il superamento dei nodi strutturali che gravano sulla nostra economia. Le preoccupazioni della Bce per la crescita della disoccupazione certamente riguardano anche la situazione del nostro mercato del lavoro e i problemi, non superficiali , della nostra economia.

Ma il contrasto della disoccupazione non si affronta solo con la pur assolutamente necessaria riforma degli ammortizzatori sociali. Occorre promuovere una crescita maggiore. Dipende dalla situazione globale, ma anche dalla nostra politica economica. Di ciò occorrerebbe che si discutesse in Parlamento.

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