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La mini-manovra usa e il suo significato segnaletico

Quali le future strade da seguire?

Bisogna cambiare politica economica, senza rinunciare alla guardia stretta sulla finanza pubblica

di Angelo De Mattia - 25 febbraio 2010

I mercati e i cambi hanno reagito alla decisione della Federal Riserve che ha aumentato di un quarto di punto, allo 0,75 per cento, il tasso di sconto, ancorché sia rimasto immutato, nella misura dello 0,25 per cento, quello, più importante, dei Federal Funds. La mini-manovra, programmata da qualche giorno, ha prevalentemente un significato segnaletico, considerato il ruolo minore svolto dallo sconto nel mercato del credito americano.

Ma è proprio questo effetto-annuncio che può ora riorientare, magari lentamente, gli operatori, le borse e i rapporti di cambio. Da esso si potrebbe cominciare a inferire quale sarà l’indirizzo che gli Usa seguiranno in materia di exit-strategy dalle misure straordinarie adottate per fronteggiare la crisi globale. E ciò, nonostante che la Fed abbia presentato la decisione come una normalizzazione degli strumenti creditizi ed escluso che si tratti di una nuova strategia di politica monetaria, poiché i tassi di riferimento continueranno a rimanere vicino allo zero. Ma, allora, ci sarebbe da dire che si tratta di un decisione abbastanza platonica: è pensabile che solo di questo si tratti?

Il sentiero, che le autorità monetarie devono percorrere, è strettissimo tra il versante di una prematura uscita da quei provvedimenti che sono stati definiti non convenzionali e il versante opposto di un ritardo che potrebbe incidere – come ha sottolineato Mario Draghi – sulla stabilità dei prezzi e alimentare serie distorsioni nei mercati, con il rischio di provocare altri fenomeni di crisi. Saper cogliere il tempo opportuno è cruciale. La Bce, dal canto suo, ha avviato il ritiro graduale delle misure straordinarie e ha fissato per il prossimo mese di marzo il momento della verifica per proseguire nella rimozione. Tuttavia non ha mancato di rilevare che non emergono rischi dal lato dell’inflazione e ha assicurato che comunque continuerà a sostenere la capacità di credito delle banche e a iniettare la liquidità necessaria.

Ma anche negli Stati Uniti l’inflazione non appare affatto così preoccupante. I prezzi al consumo, a gennaio, sono saliti dello 0,2 per cento ( +2,6 su base annua, a fronte del +2,7 precedente ) mentre, al netto dei settori alimentare ed energetico, il tasso di inflazione ha registrato un calo dello 0,1 per cento, a fronte delle previsioni di crescita della stessa percentuale.

Dal punto di vista teorico, il ritiro delle misure non convenzionali di politica monetaria e di quelle direttamente a carico dei bilanci pubblici dovrebbe appropriatamente avvenire quando ripartono decisamente gli investimenti, la qual cosa segnalerebbe che la crisi è veramente alle spalle. Senonché questo momento potrebbe non essere prossimo e i rischi di stare fermi o anche in mezzo al guado, nulla o poco modificando, sono rilevanti. Addirittura, allo stato attuale, con l’organismo sotto una terapia intensiva – fuor di metafora, con economie drogate dal sostegno pubblico – non si è pienamente in grado di verificare quanto la ripresa, fragile e accidentata, sia dovuta eventualmente a questi sostegni e quanto ne sia indipendente.

Pur in presenza di un quadro internazionale così complesso e pur considerando la lieve entità della variazione del tasso Usa, tuttavia c’è da chiedersi perché in materia di exit-strategy non si sia ancora riusciti a realizzare un coordinamento tra le principali aree monetarie, che darebbe stabilità al governo di questa fase ed eviterebbe effetti imitativi o emulativi. Ma eviterebbe anche che possano diffondersi attese diversificate e contraddittorie o, peggio, che si cominci a ritenere che l’enorme massa di liquidità che ha inondato i mercati per fronteggiare la crisi – per non cadere negli errori del ’29 – e la crescita dei debiti pubblici e privati come conseguenza del forte sostegno degli Stati abbiano raggiunto rispettivamente effetti e dimensioni tali da dover immediatamente (non con l’appropriatezza dei tempi di cui si é detto ) intervenire, pena il deflagrare di un’altra crisi, magari con caratteri uguali e contrari. Forse c’è stata nella decisione americana una certa precipitosità.

Non ci si può cullare, in ogni caso, per il fatto che la mossa delicatamente restrittiva della Fed abbia concorso al rafforzamento del dollaro e, quindi, determinato un cambio per l’euro che favorisce un po’ le esportazioni, e lievemente attenua i problemi della domanda estera per molti paesi del Vecchio Continente. Altro occorre in Europa in presenza delle nuove turbolenze innescate dalla crisi della Grecia. La situazione del cambio, se continuerà, sarà, per alcuni paesi, solo un “calmante”, non una terapia sostanziale. Riforme e governo economico europeo, ma innanzitutto provvedimenti finanziari di sostegno alla Grecia che prevengano il contagio – o, in mancanza, la richiesta di intervento del Fondo monetario internazionale – costituiscono la cura, a breve e a medio-lungo termine, a seconda delle decisioni, che andrebbe avviata.

In Italia, ieri la presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, ha detto che i dati confermano che il nostro Paese è stato duramente colpito dalla crisi, anche se ora c’è qualche segno di miglioramento ed è tornata a insistere sulle riforme da promuovere, considerata la crescita troppo lenta.

Questa è la questione cruciale. Per difenderci anche dai rischi sistemici dobbiamo crescere molto di più. Ma, allora, bisogna cambiare politica economica, senza rinunciare alla guardia stretta sulla finanza pubblica. La Confindustria dovrebbe battere su questo tasto con continuità, senza alternare compiacimenti a critiche. Il contesto che si fa più complesso, anche per la decisione Usa, richiede risposte, italiane ed europee, all’altezza della situazione.

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