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Il bipolarismo all’italiana è al capolinea

Quali le alternative?

L’Italia attende che la politica sia forte nelle idee e che nuovi protagonisti si affermino

di Davide Giacalone - 06 ottobre 2009

Siamo all’ennesimo attacco finale, che finale non è mai. Il corto circuito politico-giustiziario continua a bruciare la resistenza di un Paese che scivola, dimenandosi senza costrutto. Si parte da una sentenza e se ne attende un’altra, con una giustizia che processa e non giudica, sguazzando in un Paese che giudica senza processare. Toccherebbe alla politica organizzare la via d’uscita, riaprire i polmoni d’Italia. Ma è ridotta a ringhio feroce, senza il quale resta solo un’espressione ebete.

Il bipolarismo all’italiana si è, da tempo, trasformato in un vuoto vociare di tifoserie. La faziosità nazionale sta dando il peggio di sé, trascinando ogni riflessione ed ogni discussione sul terreno insipido del “da che parte stai?”. Che, poi, non è neanche esatto, perché nel frattempo sono evaporate le “parti”, sicché, alla fine, la questione si riduce allo stabilire se si sta con o contro Berlusconi. So bene che si tratta della consolazione tipica degli impotenti, ma che così sarebbero andate le cose lo vedemmo, e scrivemmo, assai per tempo.

Se esistesse un’opposizione, degna di questo nome, o, meglio, se all’opposizione si trovasse dell’intelligenza, e non solo un coacervo d’interessi diversi e talora contrapposti, essa si divincolerebbe da questo mesto destino. Invece niente, la scena è sempre la stessa: Berlusconi dice o fa una cosa e tutti gli altri prendono parte alla rissa che subito s’accende. Nessuno che si domandi: che sto facendo, e perché? Berlusconi subisce una sconfitta giudiziaria e tutti gli oppositori pronti a festeggiare il provvido intervento della giustizia. Nessuno che si domandi: non è che, per caso, ci siamo fatti commissariare?

Allo stesso Berlusconi, del resto, spetta una sorte non invidiabile, giacché si trova circondato da gente che riflette solo a partire dalla sua scomparsa. In famiglia, per giunta rinunciando alla riservatezza, discutono dell’eredità. Nella maggioranza, ragionano su cosa sarà di ciascuno, dopo. Nell’opposizione le truppe si muovono, in attesa che l’assenza di Berlusconi non imponga più l’unione fra gente e movimenti che si detestano. Di che darsi una precauzionale grattata.

Passato da poco il compleanno, gli auguro, sinceramente, non solo lunga vita terrena, ma altrettanto lunga vita politica. Egli ha alle spalle la più significativa ed importante realizzazione imprenditoriale dell’Italia contemporanea. E’ stato, di gran lunga, il più bravo di tutti. La sua è stata vera iniziativa privata, senza attingere alle casse pubbliche, cosa che, invece, non si può dire della gran parte delle altre grandi imprese private. E’ un fatto, che può irritare i suoi detrattori, ma resta un fatto. Inoltre, la sua impresa ha modernizzato, nel bene e nel male, l’Italia, sottraendola al monopolio lottizzato e spartitocratico della Rai. E’ stato bravo ed ha fatto bene.

In politica la sua non è una presenza improvvisata, e neanche la proiezione della pregressa forza mediatica. Quest’ultima lo ha molto aiutato, specie all’inizio, ma ha funzionato al contrario di come molti suppongono: l’esercizio televisivo lo aveva reso un interprete dell’Italia reale, e quell’esperienza lo ha trasformato in un rappresentante di un’Italia vera. Non avrebbe resistito tanti anni, non sarebbe risorto da ripetute sconfitte elettorali, se non fosse così. I suoi avversari dovrebbero leggere Antonio Gramsci, che da piccoli vedevano in fotografia ma ai cui testi preferivano i fumetti.

Berlusconi è stato capace di dare rappresentanza a quello che, un tempo, si sarebbe chiamato “blocco sociale”. Forte, radicato e duraturo. Il problema del Paese, così come quello della politica, non è che lui “passi”, ma che nuove idee e nuovi protagonisti crescano e s’affermino, sia fra quanti lo apprezzano che fra quanti lo avversano. Nulla sarà mai nuovo se muoverà sempre e soltanto dalle sue iniziative.

Guardate l’agenda politica degli ultimi anni, per non parlare di quella degli ultimi mesi: è sempre dettata da sue iniziative. Anche quando le sue idee e le sue proposte sono state sconfitte, anche quando non è riuscito a realizzare quel che s’era proposto, la discussione pubblica s’è sempre concentrata su cos’altro era riuscito ad inventare ed imporre, anche per confondere ed obliare.

Per ottenere questi risultati non basta avere qualche amico in televisione o nella carta stampata, occorre che gli altri siano dei morti viventi. Lui c’è, con i suoi pregi ed i suoi difetti, il resto della classe dirigente no. Sovvertire questa realtà non spetta a lui, ma agli altri. Se gli altri, invece, gli affogano nelle mutande, è segno che non sono degni di competere. Tutto qui.

Non ci sarà mai un suo successore, mentre occorre ci siano antagonisti credibili. E non può essere tale chi s’è nutrito all’ombra del consenso popolare che egli è riuscito a raccogliere. Insomma: l’Italia attende che la politica sappia essere forte nelle idee, non furbetta nell’arte del galleggiamento, che i leaders si distinguano sapendo parlare di cose reali, non esibendosi vanitosi sul palcoscenico altrui. Questi sono solo sugheri, che attendono il disarmo altrui per atteggiarsi a navi. Nelle loro mani l’Italia sparirebbe, anche dalla carta geografica.

Pubblicato da Libero

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