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Senza mischiare il sacro con il profano

Purché le idee siano quelle buone

La partita decisiva per la redistribuzione dei poteri, pur deboli, dell’establishment

di Enrico Cisnetto - 15 settembre 2006

Per favore lasciamo stare il Sacro: il mercato, la trasparenza, le regole, la libertà d’impresa e il ruolo “neutrale” della politica. Nel caso Telecom tutto è Profano. Per capire cosa sta succedendo occorre brutalmente – e laicamente – scandagliare gli interessi in campo, a cominciare da quelli di chi più di altri sventola i sacri testi del liberismo. L’interesse di Marco Tronchetti Provera e soci è evidente: mantenere, sacrificandone un pezzo, il controllo del gruppo costruito sulle ceneri di una Pirelli ormai marginale. Sulle modalità con cui ha comprato Telecom (prezzo troppo alto) e su quelle con cui lo controlla (lunga catena societaria) si possono avanzare critiche, ma una cosa è certa: il debito che dal 1999 soffoca il pezzo più importante del frantumato capitalismo italiano non l’ha creato lui, bensì quei “capitani coraggiosi” che la sinistra “moderna” (sic) e i “liberali scolastici” sciaguratamente plaudirono l’opa Telecom come “l’avvento in Italia di un capitalismo di stampo anglosassone”. Certo, Tronchetti ha ereditato quel debito senza avere il denaro per fronteggiarlo – ma in Italia chi lo aveva? – e più di tanto non è riuscito a sanarlo. Ha venduto il vendibile – tra cui alcune demenziali acquisizioni (a debito) della gestione precedente – e ha razionalizzato il possibile, con diverse mosse fino all’incorporazione di Tim, ma si è trovato ben presto con il titolo dimezzato rispetto al prezzo pagato e con l’incombente uscita delle banche e di Gnutti (una ”eredità” che Tronchetti avrebbe dovuto risparmiarsi) dal capitale di Olimpia, la scatola che controlla Telecom. Si giudichi come si vuole il suo operato, ma si abbia l’onestà intellettuale di dire che se non fosse intervenuta la Pirelli, il caso Telecom – con relativo cavaliere bianco straniero – sarebbe esploso, e con più clamore, fin da quando il furbo Gnutti costrinse il riottoso Colaninno a mollare.
Certo, ora i nodi sono venuti al pettine. E le decisioni assunte da Telecom fanno presagire solo mosse difensive. Non tanto per il debito – comunque “lungo” e prevalentemente a tasso fisso – quanto per il riassetto azionario di Olimpia, maturato proprio mentre si sta svolgendo il secondo tempo (o il terzo, se si parte dalla battaglia per il controllo di Mediobanca) della “guerra per banche” che ha condizionato non solo il sistema finanziario, ma anche quello politico e mediatico. Ultimamente Tronchetti, che pure è maestro nell’arte dell’equilibrio tra poteri, è finito a ridosso più di Berlusconi che di Prodi, più di Geronzi che di Bazoli, e questo in tempi di centro-sinistra e di “Sant’Intesa” non gli ha certo giovato. Per esempio, la voce ricorrente di una fusione tra Telecom e Mediaset – operazione che avrebbe buone ragioni industriali – è probabilmente all’origine di molte preoccupazioni del mondo prodiano. E la delegittimazione che il premier voleva procurare a Tronchetti con il suo “non ha informato (bene) il Governo” – a parte che si è trasformato in un boomerang – ha come unica spiegazione possibile il desiderio di sbarrare la strada a quell’ipotesi. Così come da parte dei banchieri prodiani la voglia irrefrenabile di far capire ai loro colleghi che in tempi di risiko comandano loro. Se poi si considera che in ballo ci sono anche gli equilibri in Rcs e il futuro del mercato televisivo, si capisce come intorno a Telecom si stia svolgendo la partita decisiva per la redistribuzione dei poteri, pur deboli, dell’establishment.
Detto questo, come se ne viene fuori? Telecom si è data due opzioni, oltre a vedere se con Murdoch può sfruttare le potenzialità della banda larga: utilizzare l’infrastruttura della rete fissa e la telefonia mobile. Inutile girarci intorno: si tratta di vendere. La prima ha come acquirente “naturale” lo Stato, la seconda avrebbe molti interessati, ma è immaginabile che ad un’eventuale asta prevalga uno straniero. Cedere la new-Tim sarebbe facile, ma rappresenterebbe una castrazione sia per il gruppo Telecom (fisso e mobile sono sempre più integrati) sia per il già gracile capitalismo italiano, che si ritroverebbe quattro gestori stranieri su quattro. Mentre parlare di un riacquisto della rete da parte dello Stato che l’aveva privatizzata – malamente – può sembrare una bestemmia, eventualmente da mettere sul conto (politico e morale) di chi allora pensò solo a far cassa, ma lo è solo fino ad un certo punto. Come ha fatto notare Andrea Ronchi, che immagino parlasse anche a nome di Gianfranco Fini, l’idea di far acquisire dalla Cassa Depositi e Prestiti la rete fissa e di integrarla con quelle dell’energia facendo una “rete delle reti” public company a nocciolo duro pubblico, non è affatto un’idea peregrina per un paese che deve ripartire da nuove e più moderne infrastrutture materiali e immateriali. Si dice: ma è quello che aveva proposto Angelo Rovati, uomo di Prodi, in un paper fatto avere a Tronchetti. Embè? Il problema non è stabilire se a palazzo Chigi sia aperta o meno la merchant bank – è sempre open, anche quando si fa finta del contrario – ma se produce idee buone per il Paese e con quali mezzi intende perseguirle. Ripubblicizzare la rete Telecom – per indurre Tronchetti a rinunciare a cedere il mobile, cosa di cui farebbe volentieri a meno, credo – è una buona idea, ma richiede un sistema politico ben diverso dal nostro fottuto bipolarismo conflittuale. Il quale, se ce lo dobbiamo ciucciare, è anche e soprattutto per colpa di poteri che pensavano di essere più forti della politica…

Pubblicato sul Foglio del 15 settembre 2006

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