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Abbattiamo il prelievo fiscale

Puntiamo sul bene collettivo

Crisi finanziaria: è il momento di preparare una difesa adeguata

di Davide Giacalone - 23 ottobre 2008

Apriamo l’ombrello fiscale. Fermiamo chi vuol approfittare della crisi per far soldi o coprire i propri errori, e prepariamo una difesa adeguata. Tre correnti soffiano sui cieli italiani, rendendoli assai scuri. Soffia il vento della recessione, reso più gelido da anni di crescita inferiore a quella dei nostri diretti concorrenti. Fischia quello del disagio sociale, dell’allargamento della forbice (certificato dall’Ocse) fra benestanti ed arrancanti, con l’aggravante che i primi raramente devono la loro fortuna all’aver prodotto qualche cosa, mentre più spesso godono di rendite di posizione. Stagna un’aria minacciosa e pesante, che contabilizza nel debito pubblico anni di non governo e d’incoscienza. Quando comincerà a piovere, cadranno pietre.

Chi pensa a far furbate si dia una regolata, perché quella miscela produce anche rabbia. Sentimento non facile da incanalare. Possiamo usare la leva fiscale, in due direzioni. I redditi fino a 40.000 euro sono considerati medio alti. E’ un’ipocrisia. In quella fascia si produrranno forti dolori, attinenti non solo ai consumi, ma all’identità stessa delle persone. Abbattiamo il prelievo fiscale. Ogni euro in meno di tasse, a quel livello di reddito, si tradurrà in maggiori consumi. Sarà un modo per sostenere il mercato, per ottenere un minimo di giustizia e per conservare la capacità di guidare democraticamente un momento non facile.

Le banche devono essere aiutate, ma non per salvare chi le amministra, bensì per soccorrere chi ne è cliente. In questo momento sono già arrivate ed in viaggio le lettere con cui le banche impongono di rientrare dalle esposizioni. I rubinetti si chiudono ed il tono professorale lo prendono quegli stessi che non hanno saputo prevedere. Così si soffia sulla rabbia e si distrugge il tessuto imprenditoriale italiano. Cui si deve defiscalizzare la contribuzione di capitali in azienda, chiamando gli imprenditori alla difesa di se stessi. Non mi piace l’amore acritico per le piccole imprese, tutte dovrebbero aspirare a crescere e divenire grandi. Ma oggi occorre fortificare quel che abbiamo, ed invece è proprio lì che andiamo a picchiare sulle ginocchia.

L’equità non è un optional dell’anima. In momenti di difficoltà è la chiave per chiamare ciascuno all’impegno, mettendo in luce il bene collettivo.

Pubblicato su Libero di giovedì 23 ottobre

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario