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Dopo il no di francesi e olandesi

Puntiamo agli Stati Uniti d’Europa

E’ sbagliato sottovalutare il voto. Serve un forte slancio politico che porti al federalismo

di Enrico Cisnetto - 03 giugno 2005

Ci sono almeno tre questioni che vanno affrontate dopo il doppio no di Francia e Olanda al Trattato costituzionale Ue: l’Europa, la globalizzazione e la nostalgia della lira. Partiamo dalle motivazioni del voto. A parte le questioni di carattere interno ai due paesi, il fronte del no si è caratterizzato soprattutto per un rifiuto di “questa” Europa. Si potrebbe disquisire a lungo sui perché, ma sintetizzando si può dire che ci sono due motivazioni solo apparentemente opposte: per troppa” Europa e per “troppo poca”. Sono entrambe fondate. Oggi Bruxelles è un soggetto stupidamente vessatorio e burocraticamente ingombrante, mentre l’euro è una moneta comune – la cui conversione è stata assai costosa – senza una politica economica e industriale comune, dunque più un vincolo che un’opportunità, o quantomeno una mancata opportunità. Ma, nello stesso tempo, Bruxelles non esercita una vera potestà di governo, che rimane saldamente nelle mani degli interessi nazionali, e l’euro rappresenta l’unico ancoraggio che abbiamo dato al processo d’integrazione. Per questo è legittimo sentire l’Europa insieme opprimente ed evanescente. Ma qui s’innesta la seconda grande motivazione del doppio no: la paura della globalizzazione. Una fifa fottuta che ha preso alla gola fette consistenti dell’opinione pubblica continentale, e che nell’Italia del “declino senza risposte” è destinata a diventare presto maggioritaria. Perché è puntualmente successo quello che da queste colonne ho previsto in tempi non sospetti: la lettura ideologizzata, proposta dai movimenti no-global, secondo cui il processo di unificazione dei mercati avrebbe sottoposto i paesi meno sviluppati all’assalto capitalistico e mercantile, allargando il divario tra il mondo ricco e quello povero, ha lasciato il campo ad una reazione difensiva, protezionistica, di fronte allo straordinario progresso dei più deboli, che sta mettendo nel gioco dello sviluppo e delle (sebbene future) libertà oltre due miliardi di persone. Così nelle strade dove prima sfilavano i cortei della solidarietà terzomondista ora marciano elettori che vanno a votare contro la concorrenza cinese, contro gli ingegneri informatici indiani, contro il diritto dei poveri a compartecipare alla ricchezza mondiale (che essi stessi contribuiscono a creare). Insomma, siamo al “mamma li turchi”, proprio mentre, a fronte del momento di massima vitalità dell’economia mondiale come non avveniva da decenni, l’Europa mostra le rughe della vecchiaia e i segni di un’estrema stanchezza. Con una moneta che non ha alle spalle una politica economica ed una politica estera, non c’è da stupirsi se gli elettori votano contro i fantasmi, come ieri i manifestanti sfilavano contro gli spettri. Ma anche qui torna la domanda: per difendere gli interessi (e i privilegi) degli europei ci vuole più o meno Europa? Sicuramente non basta il Trattato (o forse bisognerebbe dire bastava, mi sa che il no franco-olandese e la marcia indietro inglese la mettano in soffitta) che faticosamente la Convenzione ha travestito da Costituzione. Che è (era) meglio di niente, ma che certo rappresenta poca cosa rispetto ai passaggi epocali che ci aspettano. Forse la bocciatura servirà a porre, loro malgrado, le classi dirigenti del Vecchio Continente di fronte ad una scelta meno compromissoria: o andare avanti o tornare indietro. Io opto per la prima, ma mi rendo conto che le spinte a favore della seconda scelta sono assai robuste. In Italia leader politici e giornali parlano ormai di ritorno alla lira, facendo leva sugli istinti conservativi di un Paese vecchio e arcaico. Ma anche in Germania si attribuisce alla Bundesbank un piano per il ripristino del marco: laddove ci sono governi in crisi, la tentazione di fare dell’euro un capro espiatorio è forte. Senza capire che il vero problema è la risposta dell’Europa alle straordinarie trasformazioni che la globalizzazione sta (volenti o nolenti) imponendo al mondo. Ma su questo punto voglio essere chiaro: di fronte alle trasformazioni epocali che la rivoluzione tecnologica e l’unificazione dei mercati stanno provocando, l’euro – da solo – non basta. E se si tratta di andare avanti così, il ritorno delle valute nazionali finirà per diventare inevitabile. Io non mi scandalizzo di questa eventualità, anche se, naturalmente, una cosa è una scelta collettiva, un’altra quella unilaterale – suicida – cui vorrebbero spingerci i nostalgici della “liretta svalutabile”. Mi scandalizza di più, invece, l’idea che non ci sia in Europa uno straccio di leader politico capace di porre la questione nei suoi veri termini. E cioè: l’idea di arrivare all’unificazione attraverso la moneta unica era antistorica, e come tale si è rivelata; l’Europa lo ha fatto perché era incapace di procedere sul terreno politico-istituzionale e sperava che una volta creato l’euro quel processo si sarebbe messo in moto da solo, ma né il fervore europeista di Maastricht, né l’uscita di scena delle monete nazionali, né tantomeno l’allargamento a 25 (prematuro) hanno generato clima e condizioni necessari per mettere in moto processi di convergenza. Così oggi l’Europa è un’incompiuta. Ma per renderla compiuta, e così “fronteggiare” la globalizzazione, c’è un solo modo: fare gli Stati Uniti d’Europa. Un’Europa federale – l’unico federalismo che ha senso, non quello localistico di matrice italica – con un parlamento e un governo eletti direttamente dai cittadini, cui gli stati nazionali delegano gran parte delle loro funzioni e responsabilità. Troppo? Troppo difficile? Allora ognuno per la sua strada.

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