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Tra un tweet e una slide

Prossima tappa di Renzi, l’economia reale?

10 punti di pil in meno dal 2008 non si recuperano con una crescita anemica. Ecco la vera sfida di Matteo

di Enrico Cisnetto - 13 aprile 2014

E la crisi, che fine ha fatto la crisi? I dati altalenanti sulla produzione industriale sono lì a testimoniare che una rondine non ha ancora fatto primavera. L’Istat ha certificato per febbraio un calo di mezzo punto su gennaio, il quale a sua volta segnava una crescita di un punto su dicembre solo in virtù del -0,9% registrato proprio nell’ultimo mese del 2013. Per marzo Confindustria ipotizza sia aumentata dello 0,7%, portando così ad una crescita congiunturale di mezzo punto nel primo trimestre dell’anno. In ogni caso, la metà di quanto avvenuto nell’ultimo trimestre 2013. Ergo, se quella della base produttiva la si vuole proprio chiamare crescita, è bene sapere che si tratta di una crescita a singhiozzo e assolutamente anemica, specialmente di fronte ai quasi 24 punti di produzione manifatturiera persi nei sei anni che vanno dal 2008 al 2013.

Di conseguenza, anche sull’andamento del pil è bene non farsi illusioni. Cominciando col dire che le stime presenti nel Def non sono realistiche, perché lo 0,8% previsto dal governo per il 2014 è di almeno 2-3 decimi di punto superiore ad ogni altra valutazione nazionale e internazionale (e non ci sono ragioni, oltre a quelle politiche e comunicative, che possano giustificare calcoli con risultati finali che divergono tra il 25 e il 37%), mentre l’1,3% per il 2015 è una aleatoria scommessa basata su troppe variabili incontrollabili e l’1,9% per il 2018 è, invece, un vero a proprio numero al lotto.

Pure in questo caso, anche a voler evocare la crescita, bisogna fugare ogni dubbio. Il comparto che tiene in piedi l’Italia è l’export, settore che anche durante la crisi e con un euro eccessivamente forte ha registrato tassi di sviluppo anche a due cifre; più di tutti in Europa, anche della Germania.

Questo sia per il merito delle imprese esportatrici italiane, sia perché tutte le banche centrali del mondo hanno pompato grandi dosi di liquidità che stanno alimentando la domanda globale. Il pil e il commercio globali sono cresciuti rispettivamente del 2,9 e del 2,6% nel 2013, mentre nel 2014 dovrebbero aumentare del 3,7 e del 5%, ed è ovvio che questo andamento positivo si rifletta anche sul Belpaese. Ma evitiamo di prenderci meriti che non sono i nostri. Dal 2008 abbiamo perso quasi 10 punti di pil, cioè 150 miliardi di ricchezza, e anche volendo illudersi che le azzardate stime del Def possano realizzarsi (ma non lo facciamo) non torneremmo ai livelli pre-crisi nemmeno nel 2018. Anche perché il prossimo anno la Grecia dovrebbe crescere più dell’Italia e nel giro di 15 anni saremo passati dall’ottavo al quindicesimo posto nella classifica della ricchezza prodotta.

L’arrivo di Renzi a palazzo Chigi ha iniettato una energetica e benefica dose di fiducia nel Paese e nei mercati, ma senza le riforme la fiducia e il relativo circolo virtuoso rischiano di svanire velocemente. Specie se queste riforme sia da la sensazione, grazie alla capacità comunicativa, di averle a portata di mano, e poi non si concretizzano. Dunque, mentre si stravolge lo scenario politico tra una slide, una riunione alle 7 del mattino e un tweet, si può pensare, per esempio, al credit crunch (-10% i prestiti a febbraio) o al calo degli investimenti delle imprese (-0,6% nel 2013)? Prossima tappa per la rivoluzione renziana, l’economia reale? (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario