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Aspettando il 9 Dicembre

Pronti a ritirare

L'aumento delle tasse in un periodo di recessione

di Davide Giacalone - 05 dicembre 2011

Per mettere tasse non c’era bisogno di scomodare tanta brava gente, né competenze che, a leggere quel che il pudore non riesce ad arginare, il mondo sembrerebbe invidiarci.

Diciamo che sarebbe bastato anche l’ultimo dei politicastri. Sicché, in una simile situazione, dopo avere imprecato contro un mondo politico colpevole d’essersi affondato, con ciò stesso mettendo nel congelatore la sovranità popolare, non resterebbe altro che suggerire al professor Monti di rallegrarsi per la montagna di vitalizi e pensioni che è riuscito ad accumulare (e cui si guarda bene dal rinunciare), ma di non accanirsi sugli altri allo scopo di soddisfare quel certo languore di gloria che certi posti portano sempre con sé.

Invece vi propongo una lettura meno immediata, volendo continuare a credere che c’è intelligenza in quel che vedo, e non solo obbedienza acritica a ordini illegittimi. Non occorre essere professori d’economia per comprendere che in un periodo di recessione procedere ad aumentare le tasse significa pestare sugli zebedei dell’affetto da orchite. Non ci vuole un genio per stabilire che le aliquote Irpef salgono solo per chi paga le tasse, sicché la promessa di farle pagare agli altri va a farsi benedire. E non serve altro che un osservatore immune da ipocrisia per affermare che redditi inferiori ai centomila euro sono considerati da “ricchi” solo nel mondo degli imbroglioni (solitamente pagati dieci volte tanto).

Perché, allora, il governo s’appresta a varare questa roba? Per due ragioni. La prima è che non sanno fare altrimenti. Né loro né altri, perché per pensare e agire diversamente occorre una merce oggi non disponibile: idee e consenso elettorale. La seconda, però, induce alla riflessione.

Rivolgiamo lo sguardo fuori da casa nostra, ricordando sempre che viviamo una doppia crisi: in parte interna e prevalentemente dell’euro. Vediamo che la Germania s’è convinta del disastro cui stava dirigendosi, decidendosi a muoversi per salvare non solo le proprie banche, ma anche l’euro e, se capita, l’Europa. Si muove lentamente e malamente, ma si muove. La signora Merkel ha paura di perdere le elezioni, ed ha anche paura che il solleticato egoismo dei suoi connazionali porti male al continente, quindi s’è messa a drammatizzare tutto, in modo da giustificare la virata. Ciò serve, assieme agli appelli lanciati da Sarkozy, che la stampa francese descrive come salvatore dell’euro, per propiziare il Consiglio europeo del prossimo 9 dicembre.

C’è un dettaglio: nessuno se la sente di farsi considerare troppo buono con quei fetenti degli italiani, i quali sono accusati, in superficie, per la propria indisciplina e per la propria classe politica di lestofanti crapuloni (cose che ci diciamo da soli, con scarso amor proprio e senza riguardo per la democrazia), ma sono temuti, nella sostanza, perché segnano tassi di crescita delle esportazioni che gli altri se li sognano. Quindi: l’italiano deve pagare.

E qui arriva Monti, il riscossore. Lunedì si riunisce il governo, martedì si passa alle cose serie, ovvero Porta a Porta, e si grattugia sull’Italia una dose generosa di dolore. Si spera che il Paese reagisca lamentandosi, così si va in Europa a dire: fatto. E si passa al Consiglio del 9. Qui, delle due l’una: o le cose vanno bene, nel senso che si avvia la revisione dei trattati e si varano provvedimenti immediati per il blocco della speculazione sui debiti sovrani (leggi maggiori poteri alla Bce), oppure si traccheggia, facendo l’ennesimo buco nell’acqua. Ecco, in questo secondo caso il governo Monti farà bene a ritirare e rimangiarsi tutto, perché sarebbero dolori sprecati e soldi buttati.

Il patto deve essere: noi aiutiamo l’Europa, ma se l’Europa non si aiuta da sé noi cancelliamo ogni decisione presa. Questo, cari lettori, è il mio contributo d’ottimismo, costruito sul presupposto che il capitano conosca la rotta e non stia andando a casaccio, guidato dalle sirene (intese come ingannatrici).

Una cosa, però, non mi torna: con tanta bella cultura accademica a disposizione, possibile che sul lato sviluppo non si sia riusciti ad andare oltre le aste sul quaderno a quadretti? Ci sono tante idee già pronte, che si possono inserire anche di domenica (lavorate, vero?, io sempre). Suvvia, fateci una sorpresa.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario